Gentile signor Carbone,
innanzi tutto la ringrazio per la missiva che ha scritto alla redazione. L’ho apprezzata molto, davvero, non la prendo in giro, apprezzo veramente il fatto che Lei si sia sentito preso nel vivo da ciò che ho scritto. Però vede, Le devo dire che ha tratto alcune conclusioni un po’ affrettate, un po’ anche perché non ho specificato nel mio articolo, invero molto velenoso, alcune cose che lei giustamente non può sapere.
Lei non può sapere che io ho una storia simile alla sua: sono figlio anche io di artigiani, terzo di tre maschi, e anche io non ho
E vede, finito un percorso universitario dove, e qui ha ragione Lei, ho vissuto anche passioni sessantottine; e nonostante avessi intrapreso l’attività di corrispondente dall’Appennino per un noto giornale locale, ero consapevole di due cose: che il sogno di passare da cronista a giornalista professionista era parecchio lontano da realizzare se contemporaneamente volevo acquisire autonomia monetaria, e che avventurarmi in un praticantato che vedevo senza troppe prospettive non era la mia tazza da the. Avevo 27 anni e voglia di “diventare grande”. Così, colsi l’opportunità di diventare imprenditore, seppur artigiano, unendomi ai miei fratelli per portare avanti l’attività paterna dopo che mio padre andò in pensione. Era rimettermi in gioco dopo aver visto affievolirsi le prospettive.
Perché la mia generazione, signor Carbone, quella nata sotto Karol Wojtyla e Sandro Pertini, è quella che ha toccato con mano il dissolversi degli anni da bere, che ha visto un’Italia che spendeva di più di quello che aveva, che però poteva sognare in grande.
Vede signor Carbone, Lei pensa di aver letto l’articolo di un annoiato figlio di papà, in realtà ha letto l’articolo di una persona che da dieci anni si fa un discreto mazzo, si alza presto la mattina e continua a scrivere per tener viva una passione che a sua volta lo tiene vivo, perché, e qui concludo, neanche fare l’artigiano era la mia tazza da the, ma se volevo provare a costruirmi qualcosa, da qualche parte dovevo iniziare. Ma vede, se c’è una cosa che ho imparato in questi anni, è che purtroppo non basta rimboccarsi le maniche per mantenere le proprie aspettative. A volte si rimane prigionieri di una scelta, altro che mettere da parte i sogni.
Stefano Bonacorsi



