ho letto con interesse gli articoli recentemente dedicati alle parole del Cardinale Zuppi sulla coincidenza tra Ramadan e Quaresima. Il tema merita certamente riflessione, proprio per questo
credo sia importante richiamare le intenzioni pastorali di quel messaggio e la solida cornice magisteriale che si è sviluppata negli ultimi decenni sul dialogo interreligioso.
La Chiesa, fin dal Concilio Vaticano II, ha posto il dialogo con le altre religioni al centro della propria missione: la Dichiarazione Nostra Aetate (28 ottobre 1965) afferma con chiarezza che «la Chiesa cattolica non rifiuta nulla di ciò che è vero e santo nelle religioni non cristiane» e invita a riconoscere «il comune destino dell’umanità» come premessa di rispetto e collaborazione.
Su questa base, San Giovanni Paolo II ha sviluppato – con parole e gesti – una vera cultura del dialogo con le grandi religioni del mondo. Nei suoi numerosi discorsi ai rappresentanti di altre fedi, ha sottolineato che il dialogo non è una semplice forma di tolleranza, ma un dovere cristiano che nasce dalla verità della propria fede: egli ha voluto che il dialogo fosse radicato non nel relativismo, ma nella convinzione che Cristo è “nostra pace” e che questa pace è chiamata a promuovere il bene comune (si veda anche l’insegnamento conciliare di Nostra Aetate e la sua applicazione concreta nel dialogo con i non cristiani).
Papa Benedetto XVI ha approfondito questo tema. In vari interventi ha ribadito che il dialogo interreligioso è una responsabilità e un servizio alla pace, pur distinguendo correttamente tra dialogo culturale e rispetto delle differenze dottrinali. La sua riflessione sul tema delle radici culturali, spesso richiamata nei dibattiti contemporanei, riguarda l’importanza che ogni comunità – culturale e religiosa – conosca e approfondisca la propria identità prima di dialogare fruttuosamente con gli altri.
Anche Papa Francesco, in continuità con i suoi predecessori, ha insistito sulla necessità di una cultura dell’incontro. Nell’enciclica Fratelli Tutti richiama espressamente l’esperienza dell’incontro ad Abu Dhabi come via per promuovere amicizia, pace e armonia tra credenti di diverse religioni, sottolineando che il dialogo comporta la condivisione rispettosa delle proprie convinzioni profonde.
Questo percorso magisteriale è presente anche nell'importante discorso che San Giovanni Paolo II tenne proprio a Modena il 3 giugno 1988, quando, nella visita alla nostra città, rivolgendosi alle autorità e alla cittadinanza, evocò l’unità tra valori religiosi e civici, riconoscendo il ruolo delle radici spirituali nel costruire una convivenza pacifica e aperta.
In questa prospettiva, le parole del Cardinale Zuppi mi paiono espressione di una domanda profonda di reciproco riconoscimento e rispetto, che nasce da una fede consapevole che desidera favorire la pace e la collaborazione tra comunità religiose. La coincidenza nel calendario tra Ramadan e Quaresima, come momento di digiuno, preghiera e riflessione, può essere quindi letta non come una fusione di dottrine, ma come occasione simbolica per aprire spazi di dialogo umano e spirituale, nel rispetto delle rispettive identità.
Da qui deriva la superiorità di un dialogo che parte dalla conoscenza approfondita della propria fede, secondo il solido insegnamento dei Pontefici citati, e non da un’indistinta neutralità culturale. Ratzinger stesso – nel richiamare l’importanza di riscoprire le proprie radici – non nega il dialogo, ma invita a dialogare dalla consapevolezza della propria tradizione, affinché l’incontro con l’altro sia autentico e fecondo per la convivenza civile e spirituale o, peggio, nel voler nascondere il religioso da ogni spazio pubblico.
Per questi motivi, reputo che l’auspicio espresso da Zuppi contribuisca a quella “cultura del dialogo” che la Chiesa, attraverso i suoi Pontefici, ha continuato a promuovere come servizio alla pace nel mondo.
In questa stessa prospettiva si colloca anche il pensiero di un altro grande leader religioso, il Dalai Lama, che da decenni richiama l’umanità intera al valore della compassione, del rispetto reciproco e della pace interiore come fondamento della pace tra i popoli.
Concludo questo semplice ragionamento ricordando Don Gianni Gilli, un uomo che ha lasciato tracce profonde in tanti modenesi, che proprio oggi ci ha lasciato e a cui desidero rivolgere questo mio ultimo saluto. In uno dei suoi recenti interventi aveva scritto parole semplici, ma capaci di restituire l’essenza di un messaggio cristiano nel segno di quanto scritto in precedenza: seguire Gesù – ricordava – non significa soltanto pregare, ma voler bene a chi è solo, aiutare chi soffre, non fare paura agli altri, portare pace dove c’è rabbia. È una sintesi limpida del Vangelo, che richiama la responsabilità concreta dei credenti nella vita quotidiana. In fondo, ogni autentico dialogo, religioso e umano, nasce esattamente da qui: dalla capacità di mettere amore nel mondo, con discrezione, senza clamore, come “piccoli agnelli che portano amore”.
Cordiali saluti,
Luca Barbari
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