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Vivere il lutto: le condoglianze non siano 'buste vuote'

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Il racconto-ricordo, un tempo vivo che germina nella nostra attiva-mente, nonostante nulla possa essere sottratto alla potenza desolante del lutto


Vivere il lutto: le condoglianze non siano 'buste vuote'
Mi chiamo Vera, sono psicologa e psicoterapeuta psicoanalitica dell’infanzia e dell’adolescenza in formazione; collaboro con il gruppo di medici e operatori sanitari del Poliambulatorio Fisio Line di Modena, e in questo spazio (la rubrica de La Pressa A Cura di) r-accolgo pensieri in ordine sparso con la speranza che ci arricchiscano reciprocamente.
Il momento sembra propizio perché sia io a cominciare questa conoscenza: così, in una sorta di corrispondenza epistolare, vorrei raccontarvi qualcosa di personale, che mi accadde non molto tempo fa.

Come qualche volta succede, ricevetti la notizia della morte di una persona le cui esequie si sarebbero svolte qualche giorno dopo nella Chiesa di Sant’Agostino di Modena. Pensai quali parole usare per dare le consuete condoglianze e mi sorpresi a scegliere di raccontare un breve episodio di vita vissuta con la persona defunta, sperando, forse presuntuosamente, che questo avrebbe potuto dare quel poco di calore possibile a chi mi aveva dato la triste notizia.
Al termine della liturgia religiosa, fuori dalla navata unica e profondo presbiterio, illuminati come eravamo, sotto la cantoria, dalla trecentesca Madonna della Consolazione di Tommaso da Modena, uscimmo sullo spiazzo centrale di fronte alla semplice facciata del portone; lì, fui avvicinata da due persone di una certa età, gentili, eleganti di bell’aspetto che mi domandarono se conoscessi un certo signore con il mio stesso cognome, del mio stesso paese natale. Parlammo qualche minuto di quello che era il mio caro nonno, morto a 89 anni, il 18 marzo scorso per Coronavirus.

Mi descrissero il nonno secondo quella che era la loro opinione, quella che si erano potuti fare tra il 1985 e il 1986, nel tempo necessario per arredare la loro cucina: il nonno, infatti, negli anni del boom economico diede vita ad un piccolo negozio di arredamenti che riscuoteva però un discreto successo.
Mi dissero che durante una di quelle lontane giornate, il nonno mi immaginò affettuosamente a voce alta, descrivendo quanto mi sarei divertita giocando con quegli utensili della vita reale, che spesso coinvolgono i bambini più dei giochi stessi.

Ho voluto raccontare questo piccolo episodio della quotidianità perché per me è stato un dono prezioso, una inaspettata “restituzione”, un ricordo sospeso che viaggiava in un vagone del tempo, nella memoria di persone sconosciute, per arrivare fino a quel momento, a destinazione nella mia mente e altrettanto stazione di transito verso altro, perché germoglio che continua a crescere, anche qui, proprio dove leggete voi.

Le condoglianze spesso, sono “buste vuote”, parole impersonali, adatte a chiunque; ma riempirle con un ricordo personale, qualcosa di unico ed irripetibile di quella che fu la nostra relazione ormai perduta e donarla a chi dolorosamente sopravvive e rimane sulla terra, può regalare il prezioso istante del racconto-ricordo, un tempo vivo che germina nella nostra attiva-mente, nonostante nulla possa essere sottratto alla potenza desolante del lutto.

Non per ultimo, lascio la casella di posta, una specie di “cassetta delle lettere” a cui potete inviare i vostri commenti, pensieri o perplessità: vera.vaccari@outlook.it

Vera VaccariMi chiamo Vera, sono psicologa e psicoterapeuta psicoanalitica dell’infanzia e dell’adolescenza in formazione; collaboro con il gruppo di medici e operatori sanitari del Poliambulatorio Fisio Line di Modena, e in questo spazio (la rubrica de La Pressa A Cura di) r-accolgo pensieri in ordine sparso con la speranza che ci arricchiscano reciprocamente.
Il momento sembra propizio perché sia io a cominciare questa conoscenza: così, in una sorta di corrispondenza epistolare, vorrei raccontarvi qualcosa di personale, che mi accadde non molto tempo fa.

Come qualche volta succede, ricevetti la notizia della morte di una persona le cui esequie si sarebbero svolte qualche giorno dopo nella Chiesa di Sant’Agostino di Modena. Pensai quali parole usare per dare le consuete condoglianze e mi sorpresi a scegliere di raccontare un breve episodio di vita vissuta con la persona defunta, sperando, forse presuntuosamente, che questo avrebbe potuto dare quel poco di calore possibile a chi mi aveva dato la triste notizia.
Al termine della liturgia religiosa, fuori dalla navata unica e profondo presbiterio, illuminati come eravamo, sotto la cantoria, dalla trecentesca Madonna della Consolazione di Tommaso da Modena, uscimmo sullo spiazzo centrale di fronte alla semplice facciata del portone; lì, fui avvicinata da due persone di una certa età, gentili, eleganti di bell’aspetto che mi domandarono se conoscessi un certo signore con il mio stesso cognome, del mio stesso paese natale. Parlammo qualche minuto di quello che era il mio caro nonno, morto a 89 anni, il 18 marzo scorso per Coronavirus.

Mi descrissero il nonno secondo quella che era la loro opinione, quella che si erano potuti fare tra il 1985 e il 1986, nel tempo necessario per arredare la loro cucina: il nonno, infatti, negli anni del boom economico diede vita ad un piccolo negozio di arredamenti che riscuoteva però un discreto successo.
Mi dissero che durante una di quelle lontane giornate, il nonno mi immaginò affettuosamente a voce alta, descrivendo quanto mi sarei divertita giocando con quegli utensili della vita reale, che spesso coinvolgono i bambini più dei giochi stessi.

Ho voluto raccontare questo piccolo episodio della quotidianità perché per me è stato un dono prezioso, una inaspettata “restituzione”, un ricordo sospeso che viaggiava in un vagone del tempo, nella memoria di persone sconosciute, per arrivare fino a quel momento, a destinazione nella mia mente e altrettanto stazione di transito verso altro, perché germoglio che continua a crescere, anche qui, proprio dove leggete voi.

Le condoglianze spesso, sono “buste vuote”, parole impersonali, adatte a chiunque; ma riempirle con un ricordo personale, qualcosa di unico ed irripetibile di quella che fu la nostra relazione ormai perduta e donarla a chi dolorosamente sopravvive e rimane sulla terra, può regalare il prezioso istante del racconto-ricordo, un tempo vivo che germina nella nostra attiva-mente, nonostante nulla possa essere sottratto alla potenza desolante del lutto.

Non per ultimo, lascio la casella di posta, una specie di “cassetta delle lettere” a cui potete inviare i vostri commenti, pensieri o perplessità: vera.vaccari@outlook.it

Vera Vaccari



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