Tra gli anni 1947 e 1949, gli industriali di Modena iniziarono una politica di aumento della produzione finalizzata alla esportazione, il che presupponeva la drastica riduzione del salario degli operai.
Al fine di azzerare le resistenze dei lavoratori e dei sindacati, le aziende iniziarono a licenziare gli operai. Alla fine del 1949, i fondatori delle Fonderie Riunite, licenziarono tutti i loro 560 dipendenti al fine di poter riassumere altri operai non iscritti al sindacato. I sindacati risposero proclamando uno sciopero generale di tutte le categorie e in tutta la provincia per il 9 gennaio 1950, nonostante gli ostacoli posti dalla prefettura e dalla questura di Modena.
Il giorno dello sciopero erano presenti 1.500 poliziotti per presidiare le Fonderie Riunite con camion e appostamenti con le armi sui tetti della fabbrica. Verso le dieci del mattino del 9 gennaio cominciarono ad arrivare i primi manifestanti ai cancelli della Fonderia e un carabiniere sparò un colpo al trentenne Angelo Appiani che morì sul colpo.
Subito dopo, dal tetto della fabbrica i poliziotti aprirono il fuoco contro un altro gruppo di lavoratori, uccidendo Arturo Chiappelli e Arturo Malagoli e ferendo molte persone.
Dopo una 1/2 ora Roberto Rovatti venne linciato dai carabinieri con i calci dei fucili e poi freddato con un proiettile alla nuca. Infine un blindato iniziò a sparare sulla folla, uccidendo Ennio Garagnani.
Il bilancio della giornata fu di 6 morti, 200 feriti e 34 arresti con l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale. Il giorno dopo i giornali riportarono gli eventi del più brutale massacro avvenuto dopo la liberazione. In molte città italiane vennero poi organizzate proteste e scioperi generali per l'intera giornata.
L'11 gennaio si svolsero a Modena i solenni funerali delle 6 vittime dell'eccidio alla presenza di oltre 300.000 persone.



