L'11 aprile 1987 muore Primo Levi, viene ricordato come uno dei principali testimoni degli orrori dell'Olocausto ebraico; un'esperienza ben presente in tutta la sua produzione di scrittore e poeta italiano.
Proveniente da famiglia ebrea, cominciò a imbattersi nella persecuzione antisemita da studente di Chimica all'Università di Torino dove, nonostante le forti limitazioni delle leggi razziali, riuscì a laurearsi con lode nel 1941. Subito dopo partecipò alla lotta partigiana sulle montagne valdostane, ma qui fu arrestato nel 1943 e poi deportato nel campo di concentramento di Auschwitz; vi rimase fino all'arrivo dell'Armata Rossa, figurando tra i venti sopravvissuti dei 650 ebrei italiani.
Gli anni orribili della prigionia gli ispirarono i due maggiori romanzi, entrambi di stile autobiografico: 'Se questo è un uomo' e 'La Tregua'. Lo stile letterario di Primo Levi si sviluppa in una narrazione asciutta e priva di retorica, che ben si adatta al vasto pubblico a cui intende rivolgersi, in special modo nella trattazione di un argomento di estrema importanza, come quello della prigionia di un lager.
Il pensiero di Levi, profondamente segnato dall'esperienza ad Auschwitz, è un'analisi lucida e razionale della disumanizzazione, focalizzata sulla necessità della memoria e sull'etica della responsabilità. Ha osservato il lager con distacco, indagando come la dignità umana possa essere annientata e come resistere. Primo Levi non cerca la vendetta, ma la conoscenza e la trasmissione della memoria. 'Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario' è il suo monito affinché l'orrore non si ripeta.


