Uno studio della Struttura Complessa di Gastroenterologia dell’Azienda Ospedaliero – Universitaria di Modena, diretta dalla professoressa Erica Villa di Unimore, ha dimostrato l’importanza dello stato dinamico del cuore (cosiddetta gittata cardiaca) a riposo e di elevati valori di proteina C-reattiva circolante come indicatori di prognosi nella cirrosi epatica.
La ricerca è stata coordinata dal dottor Filippo Schepis di Unimore, responsabile del Laboratorio di Emodinamica Epatica, ed è stato pubblicato sul numero di maggio 2018 di Journal of Hepatology, una delle più importanti riviste scientifiche del settore. Lo studio ha coinvolto 238 pazienti arruolati al Policlinico tra il 2013 e il 2015.
Allo studio hanno preso parte la dott.ssa Laura Turco e il dott. Marcello Bianchini (anch’essi del Laboratorio di Emodinamica Epatica della Gastroenterologia), i radiologi interventisti dottor Cristian Caporali e Stefano Colopi (ora a Mantova) e il prof. Rosario Rossi della Struttura Complessa di Cardiologia del Policlinico.
“Esistono due stadi principali della cirrosi epatica nella fase in cui essa è associata ad una elevata pressione nel sistema venoso che porta il sangue al fegato (ndr: condizione definita ipertensione portale e che rappresenta la causa delle principali manifestazioni cliniche della cirrosi) – ha spiegato il dottor Filippo Schepis – il primo detto stadio di compenso, il secondo di scompenso. Nello stadio di compenso il principale rischio è quello di scompensarsi sviluppando l’ascite, cioè un accumulo di liquido nella cavità peritoneale. Una volta che il paziente è scompensato, il principale rischio è quello di morire entro 2-5 anni, qualora non si venga sottoposti a trapianto di fegato. Il nostro studio ha dimostrato che i processi fisiopatologici che portano allo sviluppo di ascite e poi alla morte del paziente coinvolgono il cuore, riducendone la capacità di adattamento alle richieste di maggior lavoro imposte dalla insufficienza epatica e dall’ipertensione portale stesse. Inoltre, il paziente cirrotico con ipertensione portale presenta uno stato infiammatorio dell’intero organismo che si aggrava con l’avanzare della malattia e che dipende dal continuo passaggio di batteri dell’intestino nella circolazione sanguigna”.
La presenza di una gittata cardiaca oltre il limite massimo della norma (o circolazione iperdinamica) o sotto i valori medi (o circolazione relativamente ipodinamica) e elevati valori di proteina C reattiva circolante (come indice dello stato infiammatorio dell’organismo) permettono di identificare i pazienti a più alto rischio di scompenso o di morte.
“Questo significa – ha aggiunto la professoressa Erica Villa – che nel cirrotico sia la disfunzione cardiaca che lo stato infiammatorio sistemico sono misurabili e quindi se ne può valutare la reversibilità in dipendenza di eventuali trattamenti mirati”.
Allo studio hanno contribuito anche il Laboratorio di Emodinamica Cardiaca diretto dal prof. Rosario Rossi e l’Unità di Radiologia Interventistica diretta dal prof. Pietro Torricelli.
“Da quando è stato istituito il Laboratorio di Emodinamica Epatica della Gastroenterologia - ha aggiunto il prof. Rosario Rossi - è molto frequente l’esecuzione a “quattro mani” (quelle dell’emodinamista cardiologo e quelle dell’emodinamista epatologo) dello studio emodinamico completo del cuore (cateterismo cardiaco destro e sinistro, coronarografia) e del fegato (misurazione dell’HVPG e biopsia epatica transgiugulare) in un’unica procedura.
“Lo studio appena pubblicato – ha infine aggiunto il professor Pietro Torricelli – ha anche incluso pazienti canditati al posizionamento di uno shunt porto-sistemico per via transgiugulare (o TIPS) per il trattamento dell’ascite refrattaria alla terapia con diuretici. Dal 2010 al Policlinico di Modena questa procedura di radiologia interventistica viene eseguita in stretta collaborazione con l’emodinamista epatologo proprio per effettuare un attento monitoraggio degli effetti sul fegato e sul cuore dell’apertura dello shunt e per mettere in pratica la migliore terapia di supporto alla funzione cardiaca nell’immediato post-intervento proprio nei pazienti che lo studio appena pubblicato ha evidenziato essere a maggior rischio di morte”.

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