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Macchine in Echo di Francesconi, un gioco intellettuale poco incisivo

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Ma il duo pianistico formato da Emanuele Arciuli e Andrea Rebaudengo ha offerto una lettura tecnicamente perfetta del brano


Macchine in Echo di Francesconi, un gioco intellettuale poco incisivo

Il secondo concerto della Stagione Sinfonica del “Comunale” ha presentato “Macchine in Echo” di Luca Francesconi. In una intervista, il compositore ha spiegato quanto sia sempre stato affascinato dal pianoforte, «per l’ampia gamma di frequenze data dall’azione percussiva della corda e per i sofisticati meccanismi tecnici che permettono all’esecutore la velocità e la realizzazione delle più tenue sfumature. Mi piace profondamente il gioco di specchi – proseguì Francesconi - e la suggestiva moltiplicazione di due pianoforti con l’orchestra: è una fonte infinita di significati. Significati che ho bisogno di trovare, nonostante la destrutturazione della realtà che ci circonda. Come piccolo segno a questa forte resistenza ho incorporato un breve omaggio al Concerto per due pianoforti di Luciano Berio, uno dei pezzi che hanno segnato un profondo solco nella mia vita.»

Il brano appartiene alla “sperimentazione” delle sonorità e delle organizzazioni strutturali; la musica ha sempre percorso questa strada: per fare un esempio, la “Messa di Notre-Dame” di Guillaume de Machault, scritta prima del 1365, è ben diversa dalla “Messe des pauvres” di Erik Satie del 1895 o della “Mass” di Stravinskij del 1948, e ciò lo dobbiamo al continuo desiderio di sperimentare degli autori. Il dato è che nell’arte la sperimentazione ha sempre avuto una finalità espressiva.

Il brano di Francesconi, dedicato alle possibilità timbriche del pianoforte, ha incuriosito e affascinato in alcuni passaggi ma, nella mia opinione, appartiene a quel repertorio della musica contemporanea che ha perso incisività, perché non ha più una finalità, non è più una critica politica (come poteva essere quella di Schoenberg) o sociale (come poteva essere quella di Nono). È un’etichetta. Nel migliore dei casi, un gioco intellettuale, che può appassionare solo il compositore e sodali esperti nell’ingegneria della musica.

A parte queste considerazioni personali, il duo pianistico formato da Emanuele Arciuli e Andrea Rebaudengo, specializzato nel repertorio contemporaneo, ha offerto una lettura tecnicamente perfetta del brano, ben coadiuvati dall’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, sotto la bacchetta di Juraj Valčuha.

Con la Suite tratta da “L’amore delle tre melarance” di Sergej Prokof’ev, il pubblico è stato introdotto nel mondo magico e favoloso di Carlo Gozzi, autore settecentesco che già diede spunto alla composizione di un’altra opera lirica di genere favolistico: Turandot.

Composta nel 1919, fu rappresentata per la prima volta a Chicago il 30 dicembre 1921, diretta dallo stesso Prokof’ev; propone un insieme di elementi diversi, che vanno dalla fiaba alla comicità, passando dalla satira. La “Suite sinfonica op. 33 bis”, tratta dal lavoro teatrale, fu eseguita in prima assoluta il 29 novembre del 1925 e anche questa edizione ebbe Prokof’ev sul podio.

Tra i vari momenti che compongono la Suite, la “Marcia” e lo “Scherzo” appassionarono immediatamente il pubblico, tanto che alcuni direttori d’orchestra eseguono ancora oggi i due brani separati dal resto dell’opera. In tutta la composizione, Prokof’ev dà sfoggio della sua maestria di orchestratore, con l’impiego di una tavolozza varia e complessa, messa in risalto dall’ottima qualità strumentale dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI. Con gesto preciso, dinamico ed espressivo, il direttore Juraj Valčuha ha saputo esaltare i vari episodi, come quello in cui il Mago Celio, difensore del re che ha il figlio depresso, e la Fata Morgana, che invece tiene le parti del perfido primo ministro Leandro, giocano a carte il destino dei loro protetti. Pirotecnico il momento della festa, che tenta di divertire il principe malinconico, e lietamente emotiva la scena in cui Ninetta, uscita dalla melarancia, appare al principe, risolvendo il tutto nel più classico degli “happy end”.

Il concerto si è concluso con Igor Stravinskij e la Suite tratta dalle musiche per il balletto “L’oiseau de feu”. Al pari di altri immensi compositori che caratterizzarono il tempo a cavallo tra i due secoli, Stravinskij ebbe una formazione accademica piuttosto anomala. Rimskij-Korsakov, suo Maestro e direttore del Conservatorio, gli consigliò di non seguire i corsi regolari a San Pietroburgo. Ecco come lo stesso Stravinskij raccontò in quale modo preparava le sue lezioni con Rimskij-Korsakov: «Mi dava alcune pagine di una nuova opera che aveva appena terminata nella prima stesura per pianoforte e io dovevo orchestrarla. Allorché ne avevo orchestrata una sezione, Korsakov mi mostrava la sua orchestrazione del medesimo passo. Dopo averle confrontate, mi chiedeva di spiegare perché egli avesse fatto in maniera differente. Se non ne fossi stato capace, sarebbe stato lui allora a darmene ragione». Non sappiamo per quale motivo Korsakov non volle che Stravinskij frequentasse il Conservatorio, ma abbiamo certezza della sua avversità verso Max Steinberg, marito della figlia di Rimskij-Korsakov e professore di composizione al Conservatorio. Così lo descriveva Stravinskij: «Steinberg è uno di quei tipi effimeri vincitori di premi e da prima pagina di giornale nei cui occhi brucia eternamente la presunzione, come una lampadina elettrica in pieno giorno!».

La vicenda de “L’uccello di fuoco” è la trasposizione della lotta eterna tra il bene e il male, nella personificazione rispettivamente del mago Katscei e dello zarevic Ivan, e la sua esecuzione, nella forma di suite sinfonica, superò subito e ampiamente gli stretti confini della musica per il balletto. Nel 1945, Stravinskij registrò una nuova versione americana per incrementare i diritti d’autore e recuperare parte del materiale musicale cancellato nella versione precedente. Infatti, Balanchine, nel 1949, utilizzò la versione del 1945 per la riproposta del balletto a New York.

Tra le parti più coinvolgenti, trova il posto sicuramente la “Danza infernale”, con il suo dinamismo trascinante che sarà ripreso, nella successione di sequenze irregolari di segmenti ritmici, da la “Sacre du printemps”. Il finale, con quel tappeto impercettibile degli archi nel registro acuto sul quale nasce il tema affidato al corno, conclude delicatamente e poi in modo violentemente barbaro il capolavoro, che giustamente ha entusiasmato il pubblico del “Comunale”, come accade in tutti i teatri. Dalla mia posizione ho avvertito una certa rigidità di suono in questi pianissimi, poco vibrati ma, inaspettatamente, l’orchestra ha subito messo a tacere la perplessità. Quale bis, ha eseguito l’Intermezzo dalla “Manon Lescaut” di Giacomo Puccini e in quelle frasi così delicate e malinconiche, l’orchestra ha cambiato intensità, colore, dimostrando tutta la qualità e la pienezza del suo suono. Applausi a scena aperta per il direttore Juraj Valčuha e la meravigliosa Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI.

Massimo Carpegna



Massimo Carpegna
Massimo Carpegna

Docente di Formazione Corale e del master in Musica e Cinema presso Istituto Superiore di Studi Musicali Vecchi Tonelli di Modena e Carpi. Direttore d'orchestra compositore con partitu..   Continua >>


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