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L’amore delle tre melarance: Prokof’ev al Comunale

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E se fosse questo il primo indizio lasciatoci da Prokofiev per una lettura meno innocente e più politica della favola?


L’amore delle tre melarance: Prokof’ev al Comunale

Sabato prossimo, il Teatro Comunale proporrà nel secondo concerto della stagione sinfonica la suite tratta dall’opera “L’amore delle tre melarance” di Sergej Prokof’ev. La figura del compositore è da sempre oggetto di una disputa che può essere sintetizzata in una domanda: fu un opportunista o l’anima critica della rivoluzione? Incominciamo a conoscere Prokof’ev. Il musicologo americano Harold Schonberg così lo descrive: “Prima della Grande Guerra, quando Rachmaninov e Scriabin erano sulla cresta dell’onda in Russia, c’era uno studente del Conservatorio di San Pietroburgo che si chiamava Sergej Prokof’ev. Era un giovanotto testardo, di pessimo carattere, sgarbato, ma di talento innegabile. Alcuni lo dicevano addirittura genio. Era nato a Sonkovka in Ucraina, il 23 aprile del 1891. A sei anni era un disinvolto pianista e a nove tentò di comporre un’opera. Entrato in Conservatorio a tredici anni, non passò inosservato anche per l’aspetto. Aveva una testa tonda piantata su un collo esile, una pelle rosea che diventava facilmente rossa quando s’arrabbiava (e gli capitava spesso), occhi azzurri molto penetranti, labbra grosse e sporgenti. Portava con sé quattro opere, una sinfonia, due sonate e altre composizioni per piano”. Geniale e scontroso, quindi. Tipica fu la risposta data a un ammiratore che lo inondò di elogi e gli strinse la mano dicendo: “Che infinito piacere conoscervi!”. Prokof’ev gli voltò le spalle brontolando: “Io, invece, non provo nessun piacere a conoscere voi!” Le sue composizioni anti romanticismo, in un Conservatorio fedele alla tradizione romantica, misero in allarme l’intero istituto e fu denunciato per il suo interesse politico quale “estremista di sinistra”. Eppure, quando si realizzò la Rivoluzione con le sue violenze ed eccidi, Prokof’ev abbandonò la Russia per raggiungere gli Stati Uniti via Giappone. Non voleva assoggettarsi ad una ideologia quale sistema culturale.

Quando si parla di ideologia, ci riferiamo principalmente al nazionalismo, al liberalismo e al comunismo. I criteri che consentono di individuare un'ideologia sono quindi una visione del mondo con un alto grado di coerenza interna, prodotta da gruppi d’intellettuali, ma diffusa a più ampi strati della popolazione, e con la funzione di legittimare o giustificare i rapporti di potere presenti in un gruppo sociale o in un'intera società.

Il concetto d’ideologia è strettamente legato al concetto di potere, che indica la capacità da parte di un individuo, o di un gruppo, di far valere i propri desideri e interessi anche di fronte alla resistenza altrui. L’esercizio del potere comporta spesso l’utilizzo della forza e della violenza, ma è anche accompagnato dallo sviluppo d’idee che giustificano l’azione di chi lo detiene. La cultura in generale e l’educazione diventano il terreno da seminare con una nuova visione della società, così che la massa ne sia condizionata, la ritenga giusta, veritiera, l’unica capace a rispondere alle proprie esigenze.

Non a caso Benito Mussolini rivolse presto la sua attenzione alla scuola, alle arti in genere e al cinema con la costruzione di quel complesso che prese il nome di Cinecittà. Non a caso, e con un’operazione meticolosa di sostegno ed occupazione dei gangli di potere, oggi esiste una “cultura di sinistra” e non “una cultura di destra”, ammesso che la cultura e l’arte, sinonimo di libertà, possano identificarsi in un partito, in uno schieramento politico senza essere di regime.

Ma torniamo al nostro Prokof’ev.

Il primo contatto con il mondo occidentale è fondamentale al consolidamento delle sue idee musicali. I viaggi a Londra, l’incontro con Ravel e Strauss, la collaborazione con il coreografo Diaghilev, il forte impatto con le idee di Marinetti e del movimento futurista, in Italia. Tutto ciò contribuì a stimolare la componente avanguardista di Prokof’ev, che con la Suite Scita – 1916, ricavata dalle musiche per un balletto commissionato da Diaghilev, che poi rifiutò di metterlo in scena – si abbandona agli ideali del primitivismo, che avevano ne “Le Sacre Du Printemps” di Stravinskij, il loro manifesto: la ricostruzione di un passato ancestrale attraverso la riscoperta di musiche pre-tonali, soggetti fantastici e riferimenti magici.

Prokof’ev non si avvicinò mai, neanche per curiosità, ai linguaggi radicali, preferendo a Schoenberg e Berg il più anziano Richard Strauss. Non è un caso che, ancora nel 1917, nel suo periodo più avanguardista, Prokof’ev decida di scrivere una sinfonia nello stile di Haydn chiamandola “Classica”. È un “rivoluzionario ma non troppo” e questo sarà anche il suo atteggiamento politico.

Infatti, pur avendo appoggiato con entusiasmo il passaggio nel Febbraio del 1917 dalla autocrazia zarista al governo liberale di Kerenski, non si dimostrò altrettanto disponibile nei riguardi delle rivolte bolsceviche di Ottobre, che determinarono la nascita del potere sovietico. La sua idea era menscevica e cioè che la nuova Russia dovesse realizzare le riforme politiche e sociali utilizzando le elezioni politiche e attraverso un processo culturale e democratico.

Nel 1918, nel bel mezzo della guerra civile e avendo certezza su quale sarebbe stato il futuro politico della Russia, Prokof’ev fugge, recandosi negli Stati Uniti. Protetto dalla bandiera a stelle e strisce riuscirà a raggiungere il successo mondiale, sia come compositore che come esecutore. Ma alla fine degli Anni Venti, anche l’Europa e l’America divennero un territorio pericoloso e disagiato: il nazismo in Germania, il Fascismo in Italia e con gli Stati Uniti a raccogliere i cocci della Grande Depressione del ’29. Forse la Russia di Stalin, e soprattutto l’ideologia comunista che appoggiava fortemente le arti, poteva avere bisogno di un celebrato cantore, di un geniale figliuol prodigo.

Tornato in patria nel 1927 per una serie di concerti, decise di ristabilirsi definitivamente all’ombra del Cremlino, anche se l’Urss di Stalin non era certo un’isola di libertà. Prokof’ev era un “rivoluzionario ma non troppo” e infatti, nel rapporto con il regime, si manifestano tutte le contraddizioni della personalità del compositore ucraino, divisa tra censura e celebrazione del potere, tra riconoscimenti ufficiali e umilianti stroncature. Ma in quel tempo stava proponendosi con forza la Settima Arte, il cinema e Stalin, come Mussolini, ne aveva colto immediatamente la capacità persuasiva. Il cinema era il mezzo più efficace del nuovo secolo per la propaganda politica! Il ritorno di Prokof’ev in Patria è segnato dall’incontro con Sergej Ejzenstein e con il cinema che con le musiche del Nostro ricevette un impulso qualitativo eccezionale, considerato che la colonna sonora era valutata alla stregua di un semplice intrattenimento sonoro alle immagini mute. Dal felice connubio tra i due nacquero “Il Tenente Kije” – 1933, il cui tema principale è stato ripreso da Sting nel singolo Russians, del 1986 – “Aleksandr Nevskij” (1938) e “Ivan il Terribile” (1942-45), che non riuscì a sfuggire alla censura.

I pareri alterni a cui fu soggetto in patria, riguardano l’adesione mai convinta di Prokof’ev ai dettami del “realismo socialista”, ossia all’espressione artistica del regime staliniano: una sorta di verismo ottimista, un iperrealismo al quale proprio non riuscì ad abbandonarsi. Nonostante i tentativi patriottici d’esaltazione della Rivoluzione, le sue opere migliori rimangono quelle che sfuggono all’argomento sociale, per tuffarsi nel fantastico e nel fiabesco. Ne è un esempio l’opera “L’amore delle tre melarance” e la splendida favola “Pierino e il lupo”, per orchestra e voce recitante.

Come rispondiamo alla domanda Prokof’ev fu un opportunista o l’anima critica della Rivoluzione? Entrambe le cose e questa sua posizione ambigua ebbe chiare conseguenze. Il 5 Marzo 1953 è una data che tutto il mondo ricorda e che ha chiuso un’epoca definitivamente, spaccando nel mezzo il Novecento e le sue contraddizioni. Alle ore 21.30 di quella giornata, la radio nazionale russa dava l’annuncio della morte di Josif Džugašvili Visarionovič, detto Stalin, l’”uomo d’acciaio”. Una notizia accolta da tutto il mondo con un sospiro di sollievo, ma anche con la paura dell’ignoto futuro che attendeva le sorti del mondo e che, calamitò l’interesse di tutti. Difficile ricordare, dunque, che appena mezz’ora prima dell’annuncio, il cuore di Prokof’ev si fermava definitivamente. Poche righe di commiato, un trafiletto modesto pubblicato sulla Pravda solo una settimana dopo, l’11 marzo, e qualche sentito commiato, ma passato inosservato, hanno salutato uno dei più grandi compositori del Novecento. Poi il silenzio, prima che la giusta ricompensa della storia potesse premiare il musicista che più di qualsiasi altro aveva avvicinato l’Urss all’Europa. Ma il compositore aveva già architettato la sua vendetta: la favola “Pierino e il lupo”.

A ogni personaggio della favola, Prokofiev associa uno strumento: a Pierino gli archi (violini, viole, violoncelli, contrabbassi), all’uccellino il flauto, al gatto il clarinetto, all’anatra l’oboe, al nonno il fagotto, ai cacciatori le percussioni. Al lupo i tre corni. Petja disobbedisce al nonno, va nella foresta, arriva il lupo che mangia l’anatra. Pierino prende una fune, sale su un albero, fa un nodo scorsoio e dice all’uccellino: vola davanti alla bocca del lupo, mentre io cerco di infilare la fune nella sua coda. L’uccellino vola, il lupo non riesce ad acchiapparlo, Pierino invece sì: il lupo è prigioniero.

E se fosse questo il primo indizio lasciatoci da Prokofiev per una lettura meno innocente e più politica della favola?

Chi è quell’uccellino che - una, due, tre volte, mentre il flauto svetta felice e sbarazzino - arriva a un centimetro dalla bocca del lupo senza farsi sbranare? Chi se non l’artista che riesce a sopravvivere, a irridere il potere, a far impazzire di rabbia tutti i lupi del mondo?

Secondo indizio: catturare un lupo, non ucciderlo e portarlo allo zoo nel 1936? Prokof’ev primo degli animalisti, oppure soluzione affinché tutti potessero vedere il lupo in gabbia e non averne più paura?

Per trovare il terzo, e a mio avviso decisivo indizio, bisogna guardare un cartone animato girato negli Stati Uniti dalla Walt Disney. Prokof’ev e Disney si erano conosciuti, e piaciuti, nel 1938 a Hollywood, durante l’ultimo viaggio del compositore all’estero. Nel cartoon della Disney l’uccellino si chiama Sasha; l’anatra Sonya; il gatto Ivan. Solo il lupo non ha nome. Ognuno potrà chiamarlo come gli pare.

Per voracità, il lupo ha inghiottito l’anatra tutta intera e l’anitra si chiama Sonya, variante russa di Sophia: nome greco che significa sapienza-saggezza. La dittatura inghiotte sempre la conoscenza non omologata.

Non sappiamo se Stalin decifrò gli indizi. Però da lì a poco cominciò a vendicarsi. Prima da vivo, limitando la libertà del compositore, facendo arrestare la prima moglie Lina Ivanovna, infine proibendo l’esecuzione delle sue opere. Poi, morendo lo stesso giorno, il 5 marzo 1953. «Tutto il paese piangeva Stalin e nessuno sapeva che era morto Prokofiev, che viveva a quattro isolati di distanza dalla sala dove era esposto il corpo del dittatore. A causa della folla, per alcuni giorni non fu possibile far uscire il corpo di Prokofiev da casa. Al suo funerale non vi era neppure un fiore fresco: tutti i fiori di Mosca erano stati portati a Stalin», racconterà Mstislav Rostropovic.

Ma “Pierino e il lupo” continua ad essere tra le favole musicali più eseguite e l’uccellino non ha mai smesso di sbeffeggiare il lupo…

 

Massimo Carpegna



Massimo Carpegna
Massimo Carpegna

Docente di Formazione Corale e del master in Musica e Cinema presso Istituto Superiore di Studi Musicali Vecchi Tonelli di Modena e Carpi. Direttore d'orchestra compositore con partitu..   Continua >>


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