C’è un dato che, più di tutti, racconta lo stato reale dell’Italia: spendiamo più per pagare gli interessi sul debito pubblico che per investire nel nostro futuro. Ottantacinque miliardi e mezzo bruciati ogni anno in rendite finanziarie, contro 78 appena destinati a opere, servizi, infrastrutture. Non è un incidente statistico: è la cartina di tornasole di un Paese che da vent’anni sopravvive in modalità emergenza permanente.
Il Censis, nel suo 59° rapporto, fa ciò che la politica non fa più: fotografa la realtà senza edulcorarla. E la fotografia non è solo impietosa: è l’istantanea di una deriva resa quasi inevitabile da decenni di immobilismo. l debito pubblico ha raggiunto quota 3.081 miliardi. Non è solo un numero: è una dipendenza. E una dipendenza pericolosa, visto che un terzo dei titoli è nelle mani di investitori esteri. Significa che buona parte del destino finanziario del Paese non dipende da noi. Se l’Italia peggiora anche di un soffio la sua credibilità, quei creditori non hanno alcun motivo per restare. E i mercati fanno paura non perché sono cattivi, ma perché sono freddi: reagiscono, non riflettono.
In quindici anni la ricchezza reale delle famiglie è scesa dell’8,5%, ma non è la caduta in sé il problema: è la distribuzione del dolore.
Il ceto medio, storicamente il polmone economico e sociale dell’Italia, è entrato in uno stato febbrile: consuma meno, risparmia meno, sogna meno. L’inflazione lo ha colpito come una pallottola lenta: i prezzi del 23% più alti nel carrello della spesa hanno ridotto i volumi acquistati. Si spende di più mangiando di meno. Una distorsione che racconta tutto ciò che serve sapere. Nel frattempo, mentre le famiglie arrancano, i servizi finanziari si permettono un aumento dei prezzi del 106% dal 2019. Un Paese che strangola chi produce e premia chi intermedia non può crescere: può solo sopravvivere.Un altro dato dovrebbe far tremare i palazzi del potere: il 60% della ricchezza è nelle mani del 10% delle famiglie, e quasi la metà del patrimonio nazionale appartiene al 5% più ricco.
In basso, invece, 13 milioni di famiglie si dividono le briciole. È la fotografia di un Paese duale, dove salire è quasi impossibile e scendere è fin troppo facile.
La crescita occupazionale degli ultimi anni è una mezza verità: sì, gli occupati aumentano, ma solo tra gli over 50. Gli under 35 crollano, gli adulti di mezza età arretrano.
La produzione industriale è negativa da 32 mesi consecutivi. Un dato così non dovrebbe essere un numero: dovrebbe essere un’allarme nazionale. Ma l’Italia ci si è abituata, come ci si abitua al rumore di fondo di una casa che scricchiola. Cresce solo un comparto: la produzione di armi, +31%. Un paradosso che dice tutto: mentre l’industria manifatturiera crolla, il Paese produce più strumenti di guerra che beni civili. E intanto quasi metà degli italiani disapprova un eventuale intervento militare: la contraddizione è totale.
Il 74% degli italiani non considera più gli Stati Uniti un modello culturale. L’Occidente – scrive il Censis – appare sfibrato, incapace di guidare il cambiamento. La fiducia nel presidente Trump è ferma al 16,3%. Sono indicatori che pochi analisti hanno il coraggio di leggere per ciò che sono: la fine del mito americano in Italia.
A tutto questo si aggiunge che negli ultimi vent’anni la spesa culturale è crollata del 34,6%.
Il Censis ci consegna un quadro nitido: l’Italia non è un Paese fermo, è un Paese che arretra. Arretra culturalmente, demograficamente, industrialmente, socialmente. E mentre arretra, continua a pagare più interessi che investimenti: più passato che futuro. Il problema non è che i numeri siano brutti. Il problema è che non indignano più nessuno.


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