Il nuovo assessore all’urbanistica e integrazione di Carpi Maurizio Maio, nel suo accorato discorso introduttivo, cercava una parola alta. Una di quelle capaci di compiacere insieme il sindaco architetto-urbanista Riccardo Righi e il neo-collega assessore filosofo Enrico Cattabriga. Alla fine l’ha trovata: “appropriabilità”. Termine preso dal linguaggio dell’urbanistica contemporanea: usato per dire che uno spazio pubblico può e deve essere vissuto, riconosciuto e sentito proprio da chi lo attraversa, tanto da essere adottato dai cittadini.
Il problema è che Maio lo infila dentro un discorso sull’integrazione - tema già estremamente scivoloso - dopo essere già in parte scivolato dicendo che il 17 per cento della popolazione carpigiana è “tecnicamente di origine straniera” e che un terzo della fascia tra i 30 e i 39 anni è “tecnicamente straniera”. E a questo punto “appropriabilità”, accostata ai “tecnicamente stranieri”, smette di essere solo un termine raffinato da Piano urbanistico generale e comincia a suonare in modo meno elegante. Nei bar, per strada, sui peggiori gruppi social, in quei discorsi che la politica dice di voler superare, quel concetto viene spesso snaturato così: gli stranieri si sono appropriati della piazza, del centro storico, dei parchi, della città. E gli autoctoni e i loro figli restano a casa.
Maio voleva dire l’opposto, sicuramente.
Voleva parlare di appartenenza, partecipazione, cura della città che si sente propria. Ma il risultato è un cortocircuito: l’assessore all’inclusione usa “appropriabilità” che dovrebbe allargare il campo ma in realtà lo restringe e, nello stesso discorso, la formula “tecnicamente stranieri” che rimette una parte della città al suo posto: dentro una categoria freddamente separata.Il punto però non è fare il processo a una parola. Il punto è capire che cosa rivela. Maio non arriva in giunta come tecnico prestato all’amministrazione, arriva da una gavetta tutta Pd: consigliere comunale dal 2019 al 2024, capogruppo di maggioranza, vicesegretario del Pd carpigiano. È esattamente il profilo che serve a Daniela Depietri, segretaria del Pd, per controllare Righi dall’interno della giunta e, soprattutto, per rimettere il cappello del Pd sull’urbanistica.
Al Pd non è mai andato giù che Righi avesse dato l’urbanistica prima ad Alessandro Di Loreto, della sua civica, poi l’avesse tenuta per sé, quindi l’avesse offerta in questi mesi a diversi interlocutori sempre della civica, con e senza competenze in merito. L’urbanistica, con l’edilizia privata, non è una delega qualsiasi: è la delega delle trasformazioni, delle aree, degli interessi, delle scelte che pesano per anni.
Il Pd ha allora fatto finta di negoziare sulla riconferma di Paola Ruggiero a presidente di Aimag - della quale Depietri si era politicamente dimenticata prima ancora di iniziare la partita. Ma la vera contropartita era un’altra: il controllo degli assessorati con il portafoglio. E la distribuzione delle deleghe lo conferma. A Maio l’urbanistica e l’edilizia privata; a Mariella Lugli il Pnrr e l’edilizia pubblica; a Cattabriga un pacchetto largo, moderno, molto comunicabile, fra politiche giovanili, smart city e intelligenza artificiale. Tutto molto a colori: ma politicamente meno pesante e soprattutto con zero euro veri da gestire sul territorio.
Magath


