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Covid, ma andiamo davvero così male?

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In regione meno del 10% delle terapie intensive è occupato, e il numero non aumenta da 3 giorni. Il 94% dei casi attivi è asintomatico o con sintomi lievi curato a casa. I dati di marzo sono lontani, e ad oggi non giustificherebbero un lockdown generalizzato. Economicamente e socialmente


Covid, ma andiamo davvero così male?
Con l'emergenza Covid siamo davvero ai livelli di marzo e aprile? E se non lo siamo, stiamo davvero avviandoci (come la narrazione nazionale, basata solo sul conteggio assoluto delle positività, ci porta ormai da settimane a credere), al raggiungimento della soglia, oltre la quale anche il tracciamento dei contatti e delle positività non è più possibile? E tutto sarà di nuovo fuori controllo? Guardando i dati degli ultimi giorni, almeno dell'Emilia-Romagna, sembrerebbe di no. Un no, intendiamoci, che non vuole essere (e non è), negazione del problema e del rischio ad esso connesso, ma che vuole essere, ed è, l'altra faccia della medaglia rispetto ad un SI che, a differenza dei mesi di marzo e aprile, oggi, almeno in Emilia-Romagna, non trova riscontro nei dati aggiornati e, forse, nemmeno nella loro proiezione. 

Nel merito, ieri i casi attivi, ovvero il numero di malati effettivi in Emilia-Romagna, hanno raggiunto quota 12.514, ben 851 in più di quelli registrati il giorno prima. Numeri che presi così, in termini assoluti, potrebbero preoccupare e generare allarme, ma che se contestualizzati nel merito del loro livello di sintomatologia, e nella loro dimensione relazionata alla popolazione emiliano-romagnola, assumono un altro significato. Perchè di quegli 851 casi in più, 830 non hanno richiesto cure ospedaliere, oggi non presentano sintomi e, se li presentano, sono definiti lievi, tali da essere seguiti gestiti a casa, senza cure particolari, con il 'semplice' isolamento.

Oggi il numero totale di questi casi attivi, ovvero che non necessitano di cure ospedaliere, è 11.771, ovvero il 94,1% del totale dei casi attivi, pari a 12.514. Oggi i casi attivi (malati di Covid) rappresentano lo 0,2% della popolazione Emiliano-Romagnola.

Solo una minima parte, 640, hanno necessitato di ricovero. Quest'ultimo dato è in aumento, ma è comunque sotto controllo. I posti di terapia intensiva occupati a livello regonale sono 86, stabili da tre giorni, ad un livello che supera di poco il 10% dei posti totali a disposizione, portato con i recenti incrementi ad un totale di 634, di cui 301 già predisposti per pazienti Covid.

Riassumendo, la stabilità del dato (relativamente basso), tale da tre giorni, delle terapie intensive, (a Modena addirittura in calo di due, dalle 10 dell'altro ieri alle 8 di ieri), unito a quello del 94,1% di pazienti che non necessitano di ricovero, cambia, nella realtà, e di molto, lo scenario di emergenza al limite dell'irreversibile che anche oggi vediamo insistentemente e pervasivamente rappresentato a livello nazionale.
Ma soprattutto lo rendeno lontano dalla situazione di marzo che aveva portato alla misura del lockdown, di cui si parla nuovamente oggi, pur con dati, appunto, diversi.

Lontane da quelle di marzo sono anche le percentuali che descrivono la quantità di positivi al covid rispetto ai tamponi. Un fattore che bisognerebbe sempre fornire. I dati degli ultimi due giorni, sempre con base l'Emilia-Romagna, indicano che su 100 tamponi fatti, circa il 5,5% ha dato esito positivo. A marzo questa percentuale era al 25%, uno su quattro. Questo è dovuto al fatto che oggi i tamponi sono decuplicati e diffusi su larga scala e tarati su determinate categorie e casi, ma questo porta anche automaticamente ad un aumento dei casi assoluti, che è tale appunto solo in termini assoluti, ma non se relazionato al numero di tamponi fatti. E ciò rende il dato, pur preoccupante, meno allarmante.

Capitolo a parte, ma non meno significativo nei termini di un giusto inquadramento dei dati (anche se umanamente difficile da affrontare con valutazioni tecniche e numeriche, visto il dramma legato alla solitudine forzata in cui muoiono le persone positive al covid prese in carico dal sistema sanitario), è appunto quello del numero delle persone decedute. L'età media delle sei persone decedute a Modena ieri è di 84 anni.
Qui è giusta e prevedibile l'obiezione che non c'è età per definire o 'pesare' il dramma della morte, ma forse lo è, ai fini di una valutazione generale della situazione, soprattutto nel momento in cui questi dati legittimano e motivaziono un dichiarato stato di emergenza. Tanto più la necessità di ricorrere ad un nuovo lockdown. Il fatto che nessuna delle persone decedute (abbiamo verificato oggi), fosse in terapia intensiva ma in uno stato di ricovero che è difficile se non impossibile stabilire ora causato dal Covid o da altro, apre un altro fronte che è giusto considerare. Delle persone decedute si sa solo che erano persone positive al Covid ma allo stesso tempo non si sa se il covid sia stata causa diretta ed unica della morte o il covid, così come fa l'influenza, abbia aggravato un quadro clinico critico dovuta alla concomitanza con altre patologie. Quadro in realtà presente nella quasi totalità dei soggetti anziani che anche ieri hanno costiuito l'unica fascia interessata dai decessi. Una statistica precisa in questo ambito è quella che non ci può venire fornita quotidianamente ma solo dopo mesi, dopo l'elaborazione delle singole cartelle cliniche e dei certificati di morte svolta dall'Istituto superiore di Sanità che sul proprio sito, per i casi degli scorsi mesi, già indica il numero dei casi di morti direttamente causate per covid o da complicanze legate al covid e alla compresenza di altre patologie.   

Lo ripetiamo, si tratta di elementi che riteniamo utili specificare nuovamente non per minimizzare la serietà della situazione e del livello di rischio, ma certamente per oggettivare una situazione che pur necessitando di un supplemento di precauzione da parte di ognuno di noi proprio per garantire che non degeneri in numeri fuori controllo, ci fornisce un quadro comunque lontano da quello dell'emergenza di marzo che portò al lockdown dello scorso inverno. 

Un lockdown che, proprio per le considerazione fatte, oggi rischierebbe di essere non solo insostenibile ma risultare agli occhi delle persone come un gettare via il bambino con l'acqua sporca, un non volere riconoscere, arrivando a vanificarli, gli sforzi ed i risultati fatti dal mondo sociale, economico, culturale, e produttivo sopravvissuto alla chiusura della prima fase e che nella seconda, con risultati anche evidenti, ha investito per continuare a lavorare garantendo la sicurezza. Di tutti. Nelle piccole aziende, nei bar, nei ristoranti, nelle fabbriche, nei negozi, nelle palestre, nei teatri, nei centri in cui si svolge lo sport e la socialità di base. Un lockdown che non riconoscerebbe lo sforzo fatto per capire ed agire anche in maniera mirata rispetto a quelli quelli che si sono rilevati i luoghi e le categorie più a rischio, ovvero quelli famigliari e, paradossalmente, quelli teoricamente più protetti, come le Cra. 

Un lockdown che le persone, anche le più responsabili e attente, quelle che fortunatamente ne siamo convinti rappresentano la maggioranza della popolazione, probabilmente farebbe fatica, o molta più fatica, a capire. Soprattutto se in gioco c'è la sopravvivenza e la tenuta economica, sociale e culturale del Paese stesso.

Gi.Ga.



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