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Emilia Romagna, cinquanta sfumature di giallo-arancio-rosso

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Lo vogliamo ammettere o non lo vogliamo ammettere che queste misure fanno ammattire e basta...


Emilia Romagna, cinquanta sfumature di giallo-arancio-rosso

Che l’Emilia Romagna non fosse più rossa come ai tempi del sol dell’avvenire, oramai è un dato di fatto, ma che a distanza di un anno dall’unica volta in cui ha rischiato di diventare verde, ce la ritrovassimo sospesa tra il giallo e l’arancione, e non per motivi politici beh, questo non l’avremmo davvero mai detto.

Eppure è già storia il fatto d’essere tornati nella fascia arancio, il che è strano, d’accordo ci sono i contagi, ma come hanno fatto ad aumentare, dannazione, coi giorni rossi del calendario che si sovrapponevano ai giorni rossi del regime covidista? Vogliamo dare ancora la colpa a chi, clandestinamente o meno, ha fatto il capodanno o il natale al disopra della soglia di sbarramento? Vogliamo dare la colpa a chi, nell’ora d’aria, nella libertà vigilata che era consentita nei giorni intermedi, si è buttato per strada a immaginare come sarebbe una vita senza covid e si è trovato in mezzo a tanti altri che, giocoforza, si sono assembrati per sfinimento?

Lo vogliamo ammettere o non lo vogliamo ammettere che queste misure fanno ammattire e basta, che chi lavora non può essere appeso all’isteria collettivo-mediatica e tantomeno sperare che mamma stato sganci la pila per saltarci fuori.

Lo vogliamo capire o no che dopo la fase uno, la fase due doveva essere di prevenzione, di intervento sistematico sui trasporti, di interventi urgenti in edilizia scolastica, di poli specifici per il covid, aumento di terapie intensive preferibilmente puntuali e senza infiltrazioni d’acqua alla prima piovuta. Lo vogliamo capire o no che la seconda ondata, con l’arrivo dell’inverno e quindi con un naturale calo delle difese immunitarie di chiunque (e con la classica influenza) non era evitabile, ma si poteva evitare la stessa identica, drammatica pandemia strutturale che ha caratterizzato la prima?

Evidentemente chi scrive queste righe vive su Marte oppure si fa domande che altri non si fanno, ma la sensazione di stanchezza, di sfiducia e di presa per i fondelli, se si esce un attimo dalla narrazione mainstream è ben percepibile, non solo per baristi, ristoratori e operatori del fitness, ma anche per chi osserva.

E la cosa che lascia più straniti in tutto questo è il continuo balbettare delle associazioni di categoria che un giorno sì e l’altro pure sono a fare proclami sui giornali, a fantasticare sui fondi del Recovery Plan come si fantastica sul Superenalotto e, nel mentre, lanciano l’allarme che in Appennino un’impresa su dieci è a rischio chiusura definitiva. A questo si aggiunge una nevicata che, oltre alla beffa degli impianti di risalita chiusi, ha messo in ginocchio i trasporti già deficitari in alto Frignano e a rischio molte strutture.

Eppure, solo lo scorso anno erano partiti gli incentivi abitativi per l’Appennino, iniziativa lanciata in pompa magna dal Presidentissimo che però già allora strideva con la carenza di una rete infrastrutturale e una reale disponibilità di opportunità lavorative che potessero competere con la città.

Con questo ennesimo tira e molla, tra cinquanta sfumature di giallo-arancio-rosso presto ci troveremo pure con l’ennesima bolla edilizia, per il solito calcolo elettorale approssimativo, di una montagna buona solo oramai per l’aria.

Stefano Bonacorsi




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Stefano Bonacorsi
Stefano Bonacorsi

Modenese nel senso di montanaro, laureato in giurisprudenza, imprenditore artigiano, corrispondente, blogger e, più raramente, performer. Di fede cristiana, mi piace dire che sono ..   Continua >>


 


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