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Assoluzioni Cpl: 'Ora sapete che sono innocente, ma non sono felice'

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Insieme a Casari è stato assolto anche Giuseppe Cinquanta. Ecco la sua commovente lettera. Ieri la cena per l'ex presidente, i soci lo rivogliono ai vertici Cpl


Assoluzioni Cpl: 'Ora sapete che sono innocente, ma non sono felice'

Ieri sera ha pagato una cena a 70 persone a San Possidonio per festeggiare la sua recente assoluzione per la vicenda della metanizzazione nel casertano (la sentenza riconosce che non ci fu nessun patto tra il clan dei Casalesi e la cooperativa emiliana Cpl Concordia, così come dichiarato dall'ex boss pentito Antonio Iovine, mentre i pm Maurizio Giordano e Catello Maresca, avevano chiesto condanne tra 8 e 12 anni). E questa mattina l'ex presidente di Cpl Roberto Casari ha inviato alla nostra redazione la lettera aperta scritta dal collega Giuseppe Cinquanta, ex responsabile commerciale Cpl per il Lazio, anch'egli a processo per concorso esterno in associazione camorristica ed anch'egli assolto dal Tribunale di Napoli Nord 15 giorni fa.

Ricordiamo anche la lettera di pochi giorni fa con quale un gruppo di soci ha chiesto il ritorno di Casari ai vertici della cooperativa di Concordia, una lettera nella quale vi è un durissimo attacco contro gli attuali vertici Cpl (Paolo Barbieri e Mauro Gori) che si sono costituiti parte civile contro Casari stesso.

Ma ecco la lettera di Giuseppe Cinquanta che riportiamo integralmente:

Carissimo,

Ho atteso. Ho atteso pazientemente 1136 giorni prima di scrivere questa lettera, ma ora dovete consentirmi questa breve riflessione. Sento il bisogno di esprimere poche considerazioni a voce alta per indirizzarle ad amici, conoscenti, ex colleghi e a tutti coloro i quali ho sempre considerato compagni e cooperatori. Sono innocente. Oggi sono stato assolto perché il fatto non sussiste. Dovrei essere felice, ma non ci riesco. Al contrario, provo rabbia, dolore, incertezza e amarezza.

Il fatto non sussiste. È finita? Forse. Dovrei festeggiare? Dovrei festeggiare 18 giorni di “carcere duro” in regime di 41-bis, che per chi non conosce il codice di procedura penale significano isolamento, 30 minuti di aria al giorno, essere privati di sapone, dentifricio, schiuma da barba, carta igienica, divieto di parlare con chiunque. Se ricevi questo provvedimento è perché sei un mafioso, sei pericoloso. Poco importa se ancora non sia stato accertato alcunché. Nel frattempo meglio provare a piegarti e umiliarti. Dovrei festeggiare?

Ho cercato di essere forte e di non abbattermi nella convinzione che tutto si sarebbe chiarito a breve. Un malinteso, mi dico. Nel mio intimo so di non aver fatto nulla, di aver sempre orientato il mio lavoro, così come la mia vita ai valori di solidarietà, etica e sostegno dell’altro. Sono un cooperatore da 34 anni. Credo nella giustizia, quindi attendo fiducioso. Il 18° giorno, finalmente, mi viene comunicato freddamente “Lei può andare ai domiciliari.”

Penso “Ci siamo, hanno capito!” Sono tornato finalmente a casa, ho potuto abbracciare la mia famiglia, presto tutto si sarebbe chiarito.

Ma è stato solo l’inizio. La prima bella notizia è stata il mio licenziamento. Già, è caduto il vincolo di fiducia esistente. Mi chiedo ancora oggi: verso di chi? Per cosa?

Non ho ancora una risposta. Comunque ho il dovere di non perdermi d’animo. Tranquillizzo la mia famiglia, cerco di giustificare l’ingiustificabile raccontando che si tratta di un atto dovuto e che il CNS (Consorzio nazionale servizi di cui Cinquanta è stato direttore ndr) non ci avrebbe abbandonati e non mi avrebbe lasciato solo. Io lavoro in una grande cooperativa, ho dedicato la mia vita ad un ideale e a questo sogno, tutti mi conoscono, da noi nessuno viene lasciato solo. È il principio in cui credo, in cui crediamo.

Pensiero della prima notte a casa: il mutuo, l'università di mio figlio, l'avvocato…Come li pagherò?

Per fortuna, ho riscattato il fondo pensioni dirigenti, quindi ho un po’ di soldi per pagare gli avvocati penalisti e l’avvocato giuslavorista, l'università di mio figlio ed il mutuo, per assicurare alla mia famiglia una sicurezza almeno materiale, visto che non so se e come uscirò da questa vicenda.

Sono trascorsi ancora due giorni prima che il CNS mi diffidasse a riconsegnare tutte le dotazioni ricevute, l’auto, il computer, il cellulare, l’I-pad... “Ci siamo, non mi resta altra via”, penso. Decido di impugnare un provvedimento di licenziamento, nella stessa misura illegittimo ed ignobile, perché ripongo fiducia nella giustizia; ci penserà Lei a chiarire tutto.

Oggi, forse, si è conclusa la prima parte di questa vicenda.

Non pensavo che il tempo potesse scorrere così lentamente. Ho trascorso 7 mesi della mia vita agli arresti domiciliari, durante i quali ho scritto un libro. In quel periodo non ho potuto vedere nessuno, incontrare nessuno. Neanche mia madre. Sono un mafioso. Provate a immaginare.

Ho subìto 4 interrogatori, presenziato a 43 udienze, percorso oltre 16.000 chilometri per partecipare alle udienze e speso oltre 100.000 Euro per la mia difesa. Sono stato licenziato e, ad oggi, che è stata accertata anche l’illegittimità del mio licenziamento da parte del CNS non ho ancora ricevuto un euro. Il CNS, pur avendo lavorato con me per almeno un decennio, pur di non adempiere i propri obblighi continua a sostenere un’accusa di cui anche il giudice penale ha accertato l’inconsistenza.

Voglio, quindi, chiarire questo. Io già lo sapevo e, ingenuamente ero convinto lo sapessero le persone con cui ho condiviso le mie giornate e la mia vita: sono innocente. Sono stato assolto perché il fatto non sussiste. Erano necessarie una sentenza ed oltre 3 anni perché anche voi lo sapeste. Ma ancora non riesco ad essere felice, non riesco a capire cosa sia accaduto, non riesco a capire dove ho lavorato. Non riesco a capire chi siete.

Anche se con fatica, continuo ad essere fiducioso, lo devo alla mia famiglia, il vero e unico faro. Nonostante la crisi identitaria dei partiti e quella forse ancor più forte del movimento cooperativo, non vanno buttati all'aria secoli di storia, lotte, ideali a causa di pochi imbecilli e falsi moralizzatori.

Il vero valore cooperativo, continuo a crederlo fermamente, sono l'uomo e le donne che ci lavorano e che a questo dedicano la propria vita. Non è possibile né accettabile mollarti alla prima difficoltà! Aspettate prima di emettere sentenze e giudizi parziali orientati dalla convenienza e dall’umore del momento, perché una volta espressi è difficile, oserei dire impossibile, che si possa tornare sui propri passi.

Con stima e infinita riconoscenza

Un cooperatore - Giuseppe Cinquanta



Redazione La Pressa
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