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'Carcere a Modena, la dignità non è un premio che si assegna'

'Carcere a Modena, la dignità non è un premio che si assegna'

Il convegno promosso oggi dal Pd: 'La certezza della pena e la possibilità di recuperare una persona non sono in contraddizione'


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'Il carcere riguarda tutta la comunità. E la sicurezza non può prescindere dall'umanità'. Così il segretario provinciale Pd Massimo Paradisi sintetizza l'incontro tenutosi questa mattina a Modena sul tema carcere, promosso dal Pd con l'onorevole Debora Serracchiani e l'onorevole Stefano Vaccari.

La mattinata si è aperta con i saluti dello stesso Paradisi, Luigi Tosiani, segretario regionale del Pd, e Rossella Caci, responsabile Sicurezza, Diritti e Legalità della Federazione provinciale.

La prima sessione, dedicata a ‘La fotografia della realtà’, ha visto gli interventi di Stefano Anastasia, Garante dei detenuti della Regione Lazio, e Silvia Mannone, dottoranda e collaboratrice dell'Ufficio del Garante dei detenuti dell'Emilia-Romagna. Sono poi intervenuti Gianpaolo Ronsisvalle, presidente della Camera Penale di Modena ‘Carl'Alberto Perroux’, e Alessandra Camporota, assessore alla Sicurezza urbana e alla Coesione sociale del Comune di Modena.

La seconda sessione, ‘Oltre le mura: l'efficacia delle pene alternative e della giustizia riparativa’, è stata dedicata alle esperienze e agli strumenti che possono favorire il reinserimento sociale e ridurre il rischio di recidiva con le esperienze raccontate da Cristina Muzzioli, vicepresidente della cooperativa Eortè, Chiara Casali del CSI, Patrizia Comitardi di ZonaFranco, giornale della Casa di reclusione di Castelfranco Emilia, e Salvatore Sofia del Teatro dei Venti.

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A coordinare l'incontro è stato il direttore de La Pressa, Giuseppe Leonelli.


'Che cosa vogliamo che accada a una persona quando esce dal carcere? Vogliamo che abbia gli strumenti per ricostruirsi una vita, riducendo la possibilità di recidiva del reato, oppure ci accontentiamo che abbia semplicemente scontato la propria pena? - ricorda Paradisi -. I numeri ci raccontano una situazione difficile, a livello nazionale come a Modena. Il sovraffollamento, la carenza di personale e la mancanza di opportunità formative e lavorative rendono più difficile garantire condizioni dignitose e percorsi efficaci di recupero. Non è soltanto una questione che riguarda chi è detenuto: riguarda anche chi lavora negli istituti penitenziari, le vittime dei reati e la sicurezza dell'intera comunità. C'è poi un principio che credo vada ribadito con forza: parlare dei diritti delle persone detenute non significa negare le responsabilità per i reati commessi, né mettere in discussione la necessità di una pena giusta e proporzionata. Chi commette un reato deve risponderne. Le vittime hanno diritto a giustizia e riconoscimento. Ma questo non significa che una persona, una volta condannata, perda ogni diritto o cessi di essere una persona. Troppo spesso sentiamo frasi come “se l'è cercata” oppure “se non faceva niente di male, non avrebbe avuto problemi”.

È proprio davanti a situazioni difficili che si misura la solidità dei nostri principi. La dignità non è un premio che si assegna a chi si comporta bene. È il limite che una società civile si impone anche quando deve punire chi ha sbagliato. La nostra Costituzione è chiara: le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è buonismo, ma un principio costituzionale che riguarda anche la sicurezza di tutti noi. Perché la certezza della pena e la possibilità di recuperare una persona non sono in contraddizione. Il lavoro, la formazione, la giustizia riparativa e i percorsi di reinserimento, quando appropriati, possono contribuire a ridurre il rischio che i reati si ripetano'.

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