Siamo all'interno del bacino in linea della cassa di espansione, quello che si allaga per primo in caso di piena, immediatamente a monte del manufatto di sbarramento. Qui sono stati tagliati la scorsa estate dieci ettari di bosco in più rispetto ai 30 previsti. Portando così alla scomparsa di una superficie boschiva di circa 40 ettari cresciuta negli ultimi 30 anni di mancata manutenzione della cassa all'interno del bacino artificiale in linea. Fatto che ha cambiato radicalmente lo scenario. Al netto del taglio di 10 ettari in più che doveva essere evitato, il tutto, lo ricordiamo, è necessario per far avanzare il primo dei quattro lotti di lavori che nella migliore delle ipotesi dovrebbe portare tra sei sette anni all'auspicato potenziamento della capacità della cassa oggi inadeguata anche solo alla laminazione di piene ed eventi con tempo di ritorno 50 anni. I lavori del primo lotto dovranno concludersi entro primavera-estate 2026, pena la perdita dei fondi, secondo i rigidi vincoli imposti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Ottenuti non per il potenziamento della cassa (per quello non c'erano nemmeno i progetti), ma per la funzione della stessa come bacino irriguo. L'innalzamento ed il potenziamento degli argini collegato ai finanziamenti è comunque funzionale al potenziamento generale della cassa che per essere tale dovrà appunto comprendere altri tre lunghi lotti.
Mentre si procede con i cantieri e con le modifiche strutturali dell’area, emerge un ulteriore paradosso ambientale. A fronte dell’abbattimento per errore di parte dell'area boschiva sono stati avviati da subito interventi di rinaturalizzazione. In pratica, si è cercato di riparare al danno ambientale con nuove piantumazioni di salici e pioppi, come riportato anche nei cartelli di cantiere. Per migliaia di unità.
Peccato che oggi, a pochi mesi e settimane dalla piantumazione, gran parte di quegli alberi sia morta o in condizioni critiche. Lo abbiamo verificato direttamente, approfittando del clima di questi giorni che consente, ovviamente a cantiere fermo, di entrare in aree solitamente fangose e paludose se non allagate. E che presumibilmente torneranno ad esserlo già dalle prossime piogge.
Riassumendo: prima si taglia per sbaglio un’area boschiva di grande valore; poi si spendono soldi pubblici per una compensazione ambientale che sta fallendo; infine, si assiste al lento ma efficace ritorno della natura – senza interventi, senza fondi, senza progetti.
Tutto questo avviene nel contesto di una corsa contro il tempo, dettata più dai vincoli del PNRR che da una reale pianificazione di un potenziamento disatteso per anni. Una corsa che risulta ancora più surreale se si considera che questi lavori arrivano con oltre vent’anni di ritardo rispetto alle raccomandazioni tecniche contenute in relazioni storiche. Raccomandazioni che indicavano da tempo l’insufficienza dell’attuale cassa di espansione nel fronteggiare eventi di piena anche solo con tempo di ritorno di 50 anni.
Gi.Ga.



