“Il nostro è uno Stato laico, non è uno Stato confessionale. Quindi il Parlamento è certamente libero di discutere – ovviamente, sono considerazioni ovvie – e di legiferare”, dice il presidente del Consiglio, raccogliendo l’applauso di una parte della sua maggioranza. Draghi ricorda che l’Italia non ha bisogno di particolari esortazioni. “Il nostro ordinamento contiene tutte le garanzie per assicurare che le leggi rispettino sempre i principi costituzionali e gli impegni internazionali, tra cui il concordato con la Chiesa”, dice il premier, in risposta alla Nota vaticana.
Se la Santa sede ritiene che sia stato violato il Concordato – e nello specifico nel limitare le “libertà assicurate ai cattolici”, in base al principio per cui la differenza sessuale è “indisponibile”, essendo rivelata da Dio – può fare fede sui controlli di costituzionalità “preventivi nelle competenti commissioni parlamentari” con il Parlamento che, “di nuovo per primo, discute della costituzionalità e poi sui “controlli successivi nella Corte Costituzionale”.
Per il premier non si tratta di un’offesa alla sensibilità dei cittadini di credo cattolico. Cita a tal proposito una sentenza della Corte Costituzionale del 1989, in cui si ricorda che “la laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso, la laicità è tutela del pluralismo e delle diversità culturali”.
Altra questione è la discussione nel merito del disegno di legge firmato da Alessandro Zan. Draghi non entra nell’agone del dibattito politico. “Il Governo segue la discussione parlamentare ma questo è il momento del Parlamento, non è il momento del Governo”, mette in chiaro, deludendo quanti pensavano che avrebbe (potuto) prendere posizione.
Una traccia però la offre. Il governo non tollera le discriminazioni. Prova ne sia la dichiarazione “sottoscritta con altri 16 Paesi europei in cui – ricorda Draghi – si esprime preoccupazione sugli articoli di legge in Ungheria che discriminano in base all’orientamento sessuale”.



