Questa energia non resta a Modena, se non appunto per quella parte destinata agli impianti d via Cavazza, ma viene venduta da Hera sul mercato nazionale, o al Gestore dei Servizi Energetici (GSE), a un prezzo medio stimato, che ricaviamo da Arera, intorno ai 100 euro per MWh. In realtà il calcolo 2023 sul 2024 indica 125 euro ma considerando il prezzo inferiore in altri anni prendiamo a riferimento i 100 euro. Che moltiplicato per i MWH prodotti fa risultare una cifra che sfiora i 13 milioni di euro.
Un introito significativo, stabile, garantito, che trasforma l’inceneritore in una vera e propria centrale elettrica, che produce utili consistenti attraverso lo smaltimento dei rifiuti. Al netto dei ragionamenti, che rinviamo a successivi articoli, rispetto all'impatto che Modena ha in termini di emissioni di CO2 (che poteva essere compensata almeno in parte nel momento in cui anziché scegliere la produzione di energia elettrica fosse stata confermata la prospettiva di produrre energia termica per riscaldare case e attività a Modena), ed altre sostanze inquinanti, il dato per Modena è politicamente significativo, soprattutto in relazione alla prospettiva, inserita nei programmi politici e negli indirizzi, di dismettere l'inceneritore entro il 2034. Una prospettiva che tenendo conto degli interessi in campo, anche solo rispetto alla produzione di energia elettrica, appare quantomeno lontana dalla realtà. Soprattutto per una società come Hera che sulla produzione di energia elettrica prodotta dall'inceneritore non solo sta guadagnando ma sta anche puntando per il futuro.
Lo scenario attuale, infatti, racconta una realtà ben diversa rispetto a quella che ci immagineremmo rispetto ad una dismissione al 2034: l’impianto, o meglio il sistema di impianti di gestione dei rifiuti di via Cavazza, non è in fase di dismissione, ma di potenziamento strategico.
Ciò significa una prospettiva di potenziamento delle utenze Hera che puntano sul funzionamento dell'inceneritore e sul ruolo energetico dell’impianto, rendendolo sempre più centrale e integrato nella filiera produttiva del gruppo, elemento centrale nell'alimentazione e nel funzionamento degli stessi impianti. In una prospettiva che su questo punto, appare quasi opposta a quella che dovrebbe presupporre una prossima (quantomeno in termini di strategia industriale), dismissione.
Sul piano politico la dismissione dell’impianto entro il 2034 appare quanto meno altamente improbabile. La rinuncia a una fonte di produzione energetica autonoma e costante, capace di generare 13 milioni di euro annui e di alimentare la cittadella Hera dei rifiuti in via Cavazza, richiederebbe un piano alternativo di pari scala e sostenibilità, che ad oggi, posto che ci sia, non è stato reso noto.
Inoltre, l’integrazione tra l’impianto e altri stabilimenti industriali, come Aliplast, suggerisce che Hera punti a una razionalizzazione energetica interna, che rafforza ulteriormente l’utilità dell’inceneritore per la produzione, appunto, di energia elettrica, anche al di là del suo ruolo originario. Perché l’impianto di via Cavazza, oltre che come inceneritore, si configura di fatto come una centrale elettrica che anziché metano od altri combustibili, brucia rifiuti. In una logica industriale precisa, economicamente redditizia anche se ad alto impatto ambientale, che fino ad ora, almeno pubblicamente, non sembra essere stata messa in discussione da Hera. E mano a mano che il 2034 si avvicina, questa dicotomia politica da un lato, e tecnica industriale dall'altro, risulta sempre più evidente. In sostanza la scelta politica di dismetterlo entro meno di dieci anni appare, almeno per ora, ma sempre più, scollegata dalla realtà degli interessi industriali in gioco.
La domanda è sempre più questa: E' davvero credibile l’obiettivo del 2034, o si tratta di una promessa simbolica destinata a essere rimandata, se non cancellata, di fronte ai numeri e alle strategie?
Giriamo la domanda ad Hera.
Gi.Ga.



