Un mancato utilizzo in parte spiegato con la mancata efficacia del plasma per la cura dei pazienti gravi. Cosa che non toglie però nulla alla garanzie dell'efficacia per soggetti che hanno sviluppato la malattia in forma lieve
Eppure nemmeno tre mesi fa l'avvio della cura sperimentale con plasma iperimmune era stata annunciata dal presidente della Regione Stefano Bonaccini, sui social network. “Alcuni mesi fa - ricordava alla fine di marzo il presidente - insieme al Centro regionale sangue, avevamo avviato uno studio regionale su 100 mila donatori di sangue dell’Emilia Romagna. L’obiettivo della ricerca consisteva nel dare un contributo allo sviluppo delle conoscenze sulle risposte anticorpali al Covid, e così è stato”.
I risultati dello studio, spiegò Bonaccini, “hanno permesso di individuare donatori guariti dal virus e arruolabili per la donazione del plasma iperimmune. Grazie a loro sono state rese disponibili 57 sacche di plasma con le quali, dopo l’inattivazione virale come da protocolli clinici internazionali, si potranno effettuare trasfusioni rispondendo a 170 pazienti'. Poi, più nulla o quasi. Se non la conferma della grande generosità dei cittadini emiliano-romagnoli donatori di sangue che, consapevoli dell'importanza del plasma iperimmune prelevato da soggetti guariti dal Covid, per la cura della malattia, si sono precipitati a donare e che forse non si sarebbero aspettati che il loro plasma sarebbe poi rimasto in giacenza, con scarse possibilità di essere utilizzato per lo scopo terapeutico al quale è stato destinato
Gi.Ga.



