Così l'immunologo Andrea Cozzarizza, rispondendo ad una nostra domanda posta sul dato, pubblicato da La Pressa nei giorni scorsi, che mostrava un calo medio del 62% della quantità di anticorpi nel personale sanitario a tre mesi dal vaccino. In sostanza il Prof. Cossarizza invita a non concentrarsi sulla carica anticorpale per valutare l'opportunità di vaccinarsi o meno, bensì sulle molecole, (misurabili solo in laboratorio e non con test diffusi), che sono presenti e che fanno parte di quel patrimonio che il nostro organismo ha acquisito nella sua evoluzione. La domanda era nata anche dal fatto che, posta la riduzione degli anticorpi a tre mesi, l'Ausl aveva comunicato al personale sanitario di avere sospeso quella a sei mesi. E ricordiamo che per molti sanitari di mesi, dalla seconda dose di vaccino, ormai ne sono passati 8 o 9. Un elemento, quello del crollo degli anticorpi, che in mancanza di altra spiegazione aveva generato i dubbi di diversi operatori sanitari e ospedalieri in servizio. Alcuni di loro ci avevano scritto segnalando il loro livello anticorpale ridotto anche dell'80% rispetto a quello iniziale, quest'ultimo misurabile a una ventina di giorni dopo la seconda dose. Dubbi sia rispetto alla loro copertura in un contesto sensibile come quello sanitario e ospedaliero, sia rispetto all'opportunità della terza dose, prevista per i sanitari.
Ed è proprio rispetto alla copertura anticorpale che il Prof. Cossarizza fornisce alcune spiegazioni di merito, sottolineando l'importanza di altri fattori che stanno alla base della risposta immunitaria dei pazienti.
'Con il vaccino - spiega Cossarizza - noi produciamo una grande quantità di anticorpi, per dare una reazione forte subito di fronte al patogeno'. Di fatto una terapia d'urto in caso di emergenza. 'Poi se non entro più in contatto con il patogeno non ho più motivo per produrre anticorpi, e questi naturalmente scendono, ma non spariscono, qualcosina rimane.
'Non ci sono dei dati per dire sotto quale livello di titolo anticorpale non siamo più sicuri, perché possiamo avere un titolo anticorpale bassissimo ma avere moltissime cellule che a contatto con il virus nel giro di mezz'ora iniziano a produrre anticorpi che evitano, anche in caso di positività, l'insorgere della malattia' - sottolinea Cossarizza.
Ma in questo contesto come facciamo a garantire il livello di protezione dei sanitari e dei contesti in cui operano? A questa nostra domanda risponde il Direttore Generale dell'Ausl Antonio Brambilla: 'Pur in un contesto in cui la stragrande maggioranza degli operatori è vaccinato, teniamo sotto controllo il personale sanitario attraverso i tamponi'. Con che frequenza? - chiediamo. 'Ciò varia da settore e settore. Si va dalle due settimane ai tre mesi. In Direzione, dove non abbiamo contatto con il personale e con i pazienti, facciamo un tampone ogni due o tre mesi e devo dire che fino ad ora abbiamo avuto soltanto tamponi negativi. La frequenza aumenta nelle strutture sanitarie, a diretto contatto con i pazienti, arrivando a due settimane circa. Anche perché dobbiamo fare i conti con il fatto che i pazienti ricoverati positivi al covid sono 52, non sono tanti'. Come dire, la situazione covid negli ospedali è circoscritta, la vaccinazione degli operatori protegge anche dalla trasmissione dell'infezione per i motivi esposti dal Prof. Cozzarizza e, in definitiva, la condizione delle strutture sanitarie, ospedaliere, e di quella degli operatori, appare essere ben lontana dalla situazione di rischio di mesi fa ed in particolare della fase pre-vaccino.
Gianni Galeotti


