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'Misurare gli anticorpi? Meglio guardare alle molecole che li producono'

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L'immunologo Cossarizza risponde a La Pressa sul possibile rischio nelle strutture sanitarie dopo il crollo di anticorpi a tre mesi dal vaccino: 'Le cellule ne producono in mezz'ora quando entriamo in contatto col virus'


'Misurare gli anticorpi? Meglio guardare alle molecole che li producono'

'Anche io e il Direttore Generale, a distanza di tempo, dopo il vaccino, abbiamo registrato un calo degli anticorpi. I dati oggi non ci dicono sotto quale valore una persona è a rischio, ma l'elemento importante che dobbiamo tenere in considerazione è quello delle cellule che producono anticorpi. E queste ci sono anche quando gli anticorpi si riducono e, anzi, sono pronte a produrre altri anticorpi nel momento in cui abbiamo bisogno di difenderci dal virus ed il nostro organismo ci entra in contatto. Le cellule che producono anticorpi rimangono e rispondono nel momento in cui ne abbiamo bisogno, permettendoci, anche in caso di positività, di non sviluppare la malattia'.

Così l'immunologo Andrea Cozzarizza, rispondendo ad una nostra domanda posta sul dato, pubblicato da La Pressa nei giorni scorsi, che mostrava un calo medio del 62% della quantità di anticorpi nel personale sanitario a tre mesi dal vaccino. In sostanza il Prof. Cossarizza invita a non concentrarsi sulla carica anticorpale per valutare l'opportunità di vaccinarsi o meno, bensì sulle molecole, (misurabili solo in laboratorio e non con test diffusi), che sono presenti e che fanno parte di quel patrimonio che il nostro organismo ha acquisito nella sua evoluzione. La domanda era nata anche dal fatto che, posta la riduzione degli anticorpi a tre mesi, l'Ausl aveva comunicato al personale sanitario di avere sospeso quella a sei mesi. E ricordiamo che per molti sanitari di mesi, dalla seconda dose di vaccino, ormai ne sono passati 8 o 9. Un elemento, quello del crollo degli anticorpi, che in mancanza di altra spiegazione aveva generato i dubbi di diversi operatori sanitari e ospedalieri in servizio. Alcuni di loro ci avevano scritto segnalando il loro livello anticorpale ridotto anche dell'80% rispetto a quello iniziale, quest'ultimo misurabile a una ventina di giorni dopo la seconda dose. Dubbi sia rispetto alla loro copertura in un contesto sensibile come quello sanitario e ospedaliero, sia rispetto all'opportunità della terza dose, prevista per i sanitari.

Ed è proprio rispetto alla copertura anticorpale che il Prof. Cossarizza fornisce alcune spiegazioni di merito, sottolineando l'importanza di altri fattori che stanno alla base della risposta immunitaria dei pazienti.

'Con il vaccino - spiega Cossarizza - noi produciamo una grande quantità di anticorpi, per dare una reazione forte subito di fronte al patogeno'. Di fatto una terapia d'urto in caso di emergenza. 'Poi se non entro più in contatto con il patogeno non ho più motivo per produrre anticorpi, e questi naturalmente scendono, ma non spariscono, qualcosina rimane. La cosa che conta sono le cellule che producono anticorpi. Facciamo l'esempio dello zucchero, che sono gli anticorpi, e della barbabietola, che è ciò che produce lo zucchero. Se ho bisogno di zuccherare il caffè, lo zucchero si scioglie, ha il suo effetto, sparisce ma se dopo ne ho poco e ne ho bisogno di altro, ho la barbabietola che me lo produce velocemente. Quando misuriamo gli anticorpi noi abbiamo semplicemente una spia su quanto zucchero abbiamo ma il test non ci dice quante cellule/barbabietole abbiamo per produrre gli anticorpi. E sappiamo che queste, nel momento in cui il numero di anticorpi è basso, sono pronte a produrre anticorpi al bisogno. Nel momento in cui entriamo in contatto con il virus, queste si attivano nel giro di mezz'ora per produrre anticorpi. Il punto è che non sappiamo, visto che la risposta delle cellule, a differenza di quella anticorpale, viene misurata solo in laboratorio attraverso prelievi abbastanza invasivi su campioni selezionati, quale sia la risposta di queste cellule'. O almeno su larga scala, come può essere fatto attraverso test anticorpali che, come spiegato, darebbero però una visione parziale della situazione e, come indicato anche dalle linee guida fornite ai medici, non sufficiente per essere considerata elemento utile ad incidere sulla scelta di sottoporsi o meno alla vaccinazione.

'Non ci sono dei dati per dire sotto quale livello di titolo anticorpale non siamo più sicuri, perché possiamo avere un titolo anticorpale bassissimo ma avere moltissime cellule che a contatto con il virus nel giro di mezz'ora iniziano a produrre anticorpi che evitano, anche in caso di positività, l'insorgere della malattia' - sottolinea Cossarizza.

Ma in questo contesto come facciamo a garantire il livello di protezione dei sanitari e dei contesti in cui operano? A questa nostra domanda risponde il Direttore Generale dell'Ausl Antonio Brambilla: 'Pur in un contesto in cui la stragrande maggioranza degli operatori è vaccinato, teniamo sotto controllo il personale sanitario attraverso i tamponi'. Con che frequenza? - chiediamo. 'Ciò varia da settore e settore. Si va dalle due settimane ai tre mesi. In Direzione, dove non abbiamo contatto con il personale e con i pazienti, facciamo un tampone ogni due o tre mesi e devo dire che fino ad ora abbiamo avuto soltanto tamponi negativi. La frequenza aumenta nelle strutture sanitarie, a diretto contatto con i pazienti, arrivando a due settimane circa. Anche perché dobbiamo fare i conti con il fatto che i pazienti ricoverati positivi al covid sono 52, non sono tanti'. Come dire, la situazione covid negli ospedali è circoscritta, la vaccinazione degli operatori protegge anche dalla trasmissione dell'infezione per i motivi esposti dal Prof. Cozzarizza e, in definitiva, la condizione delle strutture sanitarie, ospedaliere, e di quella degli operatori, appare essere ben lontana dalla situazione di rischio di mesi fa ed in particolare della fase pre-vaccino.

Gianni Galeotti


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