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Coronavirus, è panico: diario semiserio di una domenica al market

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Supermarket stipati in Appennino. Ma se uno fosse stato infetto, che là in mezzo eravamo forse un centinaio di persone, ma sai che all-in avrebbe fatto?


Coronavirus, è panico: diario semiserio di una domenica al market

Ordinaria domenica di fine febbraio nel Frignano, dove la vocazione alla pigrizia, complice lo scoraggiamento a mettersi in viaggio verso qualsivoglia meta a causa del coronavirus, si presuppone abbia la meglio. Rompe la tranquillità un boato di gioia collettiva, con feste e trenini che manco fossimo a capodanno. Sono i figli dei vicini che stanno festeggiando l’ordinanza del Presidentissimo, annunciata su Tele Radio Cremlino a reti unificate, con la quale viene annunciata la chiusura di tutte le scuole dai nidi all’università per una settimana, sulla scia di quanto fatto in Veneto e Lombardia, ma in versione “light”.

Poco male mi dico, forse giusto qualche genitore di mia conoscenza farà un ripasso rapido di rosari non convenzionali a causa del disagio.


La giornata volge al tramonto e pare più che neutrale, fino a quando verso l’ora di cena, la mia consorte non mi fa notare che il frigo fa un’eco irreale e che occorrerebbe anticipare di qualche ora l’ordinaria spesa del lunedì.

Poco male, mi ripeto, vorrà dire che andrò al supermercato della Grande Metropoli Montana, quello aperto anche la domenica pomeriggio, in modo da poter provvedere al pasto serale e anche alla colazione della settimana a venire.

Dismetto gli abiti casalinghi per vestire quelli civili, e mi appropinquo in modo da poter essere alla meta poco prima dell’orario di chiusura, quando sovviene la prima sorpresa: il parcheggio intasato. Che tutti abbiano pensato ad un apericena casalingo come il sottoscritto? Mi reco al parcheggio sotterraneo e, con stupore più grande, laddove non avevo mai trovato più di dieci macchine parcheggiate, mi ritrovo a dover girare a vuoto un paio di volte, manco si fosse il primo giorno di saldi al centro commerciale più affollato di Modena.

Prudentemente prendo con me una borsa, tanto devo prendere due o tre cosette e poi via e il mio stupore aumenta alla pari della psicosi collettiva da coronavirus: incappo in una fila davanti al reparto latticini, penso ingenuamente alla caccia alle promozioni, invece trattasi di colonna alla cassa, che assomiglia drammaticamente alle code al casello il primo giorno di esodo estivo. Mi reco al banco delle verdure e devo ingaggiare un duello rusticano con una massaia per prendere l’ultima busta di insalata rimasta. Sono ancora la pistola più veloce del Frignano e ho la meglio. Mi va peggio al reparto carta igienica: più che epidemia di coronavirus, pare che metà montagna abbia la diarrea. Nell’avvicinarmi alla cassa, guardo i tempi di percorrenza su Google Maps e mi da una mezz’ora buona, nel frattempo i commessi del reparto salumeria vengono riqualificati in quattro e quattr’otto in steward; si tolgono il camice bianco, si vestono da Man In Black e, dato che il supermercato ha già passato l’ora di chiusura, proibiscono l’ingresso a chiunque tenti di avvicinarsi.

Nella lenta processione di avvicinamento mi accorgo di essere nel reparto salatini, decido di aprirne alcuni (poi ho presentato in cassa le confezioni) e il mio vicino di fila ha aperto il prosecco che aveva nel carrello, così abbiamo potuto ammazzare l’attesa, controllando sui social il livello di panico negli altri paesi emiliano romagnoli. E’ stato bello constatare che per una volta, la montagna non è rimasta indietro.

Arrivo finalmente alla cassa, l’addetta trova la forza di fare un sorriso di circostanza, ma guardando alle mie spalle è come se supplicasse la fine di questo pandemonio irreale. Neanche alla vigilia di Natale, mi dice, ho visto una folla del genere.

Me ne torno alla macchina, col mio cane addormentato sul sedile posteriore, rassegnato all’idea di una passeggiata serale che non c’è stata, apro la portiera e alza solo gli occhi come per dirmi “ah sei qui? era ora!”. Ora il parcheggio è parzialmente vuoto, mi avvio verso casa con negli occhi scene che nemmeno quando viene un metro di neve ho visto. Approvvigionamenti furiosi, paura di dover restare chiusi in casa per giorni, occhi iniettati di paura ma allo stesso tempo divertiti, come se questa eccezionale emergenza ci portasse tutti in un qualcosa che pensavamo non avremmo mai vissuto.

Eppure mi veniva da chiedermi: ma se uno fosse stato infetto, che là in mezzo eravamo forse un centinaio di persone, ma sai che all-in avrebbe fatto? E se uno avesse voluto starnutire per finta per vedere di nascosto l’effetto che fa?

Stefano Bonacorsi



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Stefano Bonacorsi
Stefano Bonacorsi

Modenese nel senso di montanaro, laureato in giurisprudenza, imprenditore artigiano, corrispondente, blogger e, più raramente, performer. Di fede cristiana, mi piace dire che sono ..   Continua >>


 

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