Malagò ha scelto Mancini per la panchina della nazionale azzurra. A prescindere dalle beghe di bottega (Pirlo inadeguato, Maldini e Leonardo che non accettano altre direttive, la posizione dei club di serie A e tanto, tanto altro ancora) rimane l’episodio in sé e per sé, il fatto storico. La sbandierata riforma del calcio italiano è durata un battito di ciglia di appena sedici giorni, a fronte di un progetto che avrebbe dovuto impegnare la federazione per almeno i prossimi dieci anni circa. Niente di nuovo sotto il sole: il gattopardo rimane al suo posto, immobile, fisso e immutabile, come lo scorrere delle giornate.
Il calcio ormai è tutto fuorchè calcio, lo si può definire come meglio si preferisce: sinonimi possono essere zibaldone, carnevale, teatrino, circo, e tanti altri ancora; nella vicenda di questi giorni, rimane un senso sgradevole di un mondo composto da pupi, coloro che stanno sulla scena, e da pupari, quelli invisibili dietro le quinte che tirano i fili del potere e del comando. Tra difensori, attaccanti, centrocampisti, mezzo destro, mezzo sinistro, punta e mezza punta, esterni alti e esterni bassi (sarà solo questione di centimetri?), funamboli, allenatori, direttori sportivi, direttori tecnici, terzini, stopper, topplayer, team manager, guardiaspalle e
procuratori, tra centrodestra e centrosinistra (perché la politica va sempre scomodata) sembra che questa volta il centrotavola abbia avuto la meglio.Non si discute del professionista Mancini, del dirigente Malagò, dell’allenatore Pirlo, del direttore tecnico Maldini e di tutti gli altri soggetti apparsi sulla scena; si discute della piega che hanno preso gli eventi, della gestione della situazione, probabilmente pure creata ad arte, e dello spettacolo offerto: certamente figlio di un mondo, quello del calcio, evidentemente con poche idee e molto confuse, se da ben tre edizioni consecutive, la nazionale, che dovrebbe essere la massima espressione della bontà, della bellezza, della forza del movimento calcistico, non disputa la massima rassegna di calcio, vale a dire i mondiali.
Forse, allargando lo sguardo, prima di cambiare le regole, occorre cambiare le persone; sono le persone a fare le regole, sono le persone, con i loro comportamenti, a creare regole nuove, a dare degli indirizzi; sono le persone che con le loro condotte, danno esempi e testimonianze virtuose, in una parola siamo noi; l’educazione è una testimonianza, un esempio. Ma il calcio, si sa, è una grande metafora della commedia umana, della vita, con le sue miserie e i suoi splendori, esattamente quello che ciascuno di noi è.
Mancini rientrerà quale allenatore dell’Italia, sarà accolto come il salvatore della patria, e se alla fine il suo percorso qualificherà l’Italia ai prossimi mondiali, allora le riforme si saranno davvero compiute e non servirà nient’altro; ma questo lo scopriremo solo vivendo (come cantava Lucio Battisti).
Panem et circenses, dicevano i romani, tanto, alla fine, “cosa vuoi che sia, passa tutto quanto solo un po’ di tempo e ci riderai su”, cantava Ligabue, il pittore (ah, no, era il cantante…).
Corrado Roscelli
Foto Italpress



