Davanti all'imperversare delle critiche, Bonaccini prima ha cercato di dare la colpa alla Meloni ('temo che la premier Meloni sia stata male informata'), poi si è lanciato in un video sui social che non ha fatto che confermare le sue parole, ma in modo più urbano. In tutto questo, mai il pretendente alla carica di segretario nazionale Pd, ha abbozzato una autocritica.
Sia chiaro: è evidente che Bonaccini non voleva dire che gli elettori di destra sono dei bifolchi, ma - come tutte le analisi sui flussi elettorali dimostrano - voleva rimproverare la sinistra di non riuscire più a parlare alla classe 'popolare', accusandola di essere malata di un radicalismo talmente chic da non riuscire nemmeno a riflettere su se stessa. Insomma la sua non era una critica all'avversario, ma uno puntare il dito in casa propria.
L'argomentazione - detta così - non avrebbe quindi sollevato alcuna polemica. Il problema è che Bonaccini ha usato parole e postura sbagliate dando palesemente l'idea di voler insultare l'elettorato del proprio avversario politico. L'errore quindi c'è stato ed è stato palese, perchè la comunicazione in politica è tutto.
Un errore che ha consentito alla destra di riversare un mare di accuse sconfinate in offese al parlamentare Dem: sfrucugliare nel suo misero curriculum, fare le pulci alle sue (quasi inesistenti) attività lavorative e divagare in modo autocelebrativo su plurime lauree da esibire come trofei alle pareti tra una spilla di Alberto da Giussano e un busto del Duce (sempre vergognosamente presente nella dimora della seconda carica dello Stato).
Per arrestare questo sciame volgare e strumentale era sufficiente che Bonaccini chiedesse scusa, ma egli, novello Fonzie, in tre giorni non è riuscito a far uscire dalla sua bocca due parole semplici semplici: 'ho sbagliato'.
Ed è questo l'aspetto più grave dell'intera vicenda. Un aspetto che fa parte di un modo autoreferenziale ed arrogante di intendere la politica e il rapporto con le critiche.
Si può sbagliare, si possono dire bestialità, si può avere una giornata storta. Ammetterlo non è affatto da deboli, anzi anche in termini machiavellici, attrae simpatia ed empatia. Ammetterlo significa davvero essere popolari senza essere populisti. Ma ognuno è quello che è. Bonaccini può vantarsi dei suoi infiniti pellegrinaggi in Dacia, può aggiustarsi gli occhiali a goccia o esagonali con frequenza ritmica e con aria da intellettuale in provetta, può cambiare look, fare flessioni con un braccio legato dietro la schiena, rifarsi le sopracciglia e servire contemporanemante con grembiule di ordinanza gramigna e salsicce ai tavoli, ma quel 'sentimento popolare' col quale ha voluto battezzare la Festa dell'Unità modenese, non è nel suo Dna.
Giuseppe Leonelli

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