E ha ricordato Giorgio Guazzaloca, che nel 1999 conquistò Bologna interrompendo una continuità politica che sembrava eterna. La lettrice si è spinta oltre, chiedendosi se persino un giornale che lei stessa definisce coraggioso come La Pressa non abbia ormai una sorta di remora mentale nell'immaginare per Modena un'alternativa radicalmente esterna al centrosinistra.
La provocazione è intelligente. Ma parte da un equivoco.
Se persino La Pressa, dopo avere raccontato e analizzato per anni il sistema di potere costruito dal Pd modenese, arriva oggi a domandarsi se la naïveté di Mezzetti possa risultare preferibile alla palude che lo circonda, non è perché consideriamo Mezzetti l'alternativa al Pd. Sarebbe una contraddizione: Mezzetti proviene da quella storia politica, ne è stato protagonista per decenni e governa sostenuto da quello stesso campo. È perché, quando si guarda dall'altra parte alla ricerca di un'alternativa credibile, da troppo tempo si incontra il deserto dei Tartari.
Magari Modena avesse il suo Guazzaloca. E vale la pena ricordare chi fosse Giorgio Guazzaloca prima di diventare sindaco di Bologna. Non un politico di professione, ma un commerciante, proveniente dal mondo della macelleria, presidente dell'Ascom, uomo conosciuto e riconosciuto nel tessuto economico e sociale della città. Quando si candidò aveva già una professione, una reputazione e un'autorevolezza costruite fuori dai partiti. Guazzaloca non aveva bisogno della politica per diventare qualcuno. Era la politica ad avere bisogno di Guazzaloca.
Ed è proprio questo particolare a rendere il paragone con Modena molto più interessante. Perché un Guazzaloca modenese non dovrebbe essere semplicemente qualcuno disposto a candidarsi. Dovrebbe essere una persona già affermata nella propria professione, indipendente, autorevole, con una reputazione da difendere e una credibilità tale da parlare anche a quella parte di città che non voterebbe mai un candidato percepito come espressione del centrodestra tradizionale.
Qualcuno capace di dire non soltanto «mandiamo a casa il Pd», ma soprattutto quale Modena costruire dopo il Pd. Il problema è che una figura del genere non si vede. E non si vede da parecchio tempo.
Il centrodestra modenese, al contrario, sembra avere sviluppato negli anni una singolare specializzazione: trovare il modo di perdere anche quando avrebbe qualche possibilità di giocarsela.
Non tutte le elezioni sono state uguali e non tutti i candidati possono essere messi sullo stesso piano.
A volte per la loro storia personale o professionale. Altre volte perché mancavano semplicemente di alcune delle caratteristiche basilari richieste a chi aspira a governare una città complessa come Modena: autorevolezza, competenza, credibilità e capacità di rappresentare qualcosa di più del proprio recinto politico. Ed è accaduto anche quando qualche crepa nel sistema modenese cominciava ad aprirsi. Il consenso al Pd non è più quello granitico di decenni fa, la società è cambiata, l'elettorato è più mobile. Ci sono state occasioni nelle quali, forse, la partita avrebbe potuto essere giocata diversamente.
Proprio allora sarebbe servito il candidato migliore. Troppo spesso è arrivato quello che permetteva di immaginare il risultato prima ancora dell'apertura delle urne. Ma c'è qualcosa di ancora più preoccupante. Si potrebbe almeno pensare che il centrodestra modenese, lontano da sempre dal governo della città, abbia imparato a fare bene l'opposizione.
Non sembra più capace nemmeno di fare quella.
Modena ha davanti questioni enormi: casa, commercio, mobilità, infrastrutture, sanità, urbanistica, sviluppo economico. Ha un centro storico che cambia, giovani da trattenere, competenze da attrarre e un sistema produttivo chiamato ad affrontare trasformazioni profonde.
Ci sarebbe, insomma, una città da pensare. E invece troppo spesso l'opposizione si limita a commentarla. Fotografare il degrado di una strada è utile. Denunciare un problema di sicurezza è necessario. Ma chi vuole governare deve rispondere alla domanda successiva: e poi? Qual è il progetto alternativo? Quale idea di sviluppo, di urbanistica, di mobilità, di servizi? E soprattutto con quali persone?
Perché per sostituire una classe dirigente bisogna prima dimostrare di averne un'altra. Ed è forse questo il regalo più grande che il centrodestra modenese continua a fare al Pd. Il Pd non ha più bisogno di essere invincibile. Gli basta avere davanti un avversario che non riesca a diventare credibile.
Ed eccoci nuovamente a Guazzaloca. Ammettiamo che il Guazzaloca modenese esista davvero. Un imprenditore, un professionista, una personalità della società civile economicamente indipendente, stimata, autorevole, con una storia personale e professionale solida e cristallina. La domanda, a quel punto, non è più perché il centrodestra non lo candidi. È un'altra: perché lui dovrebbe accettare?
Perché una persona che ha impiegato venti o trent'anni a costruire il proprio nome dovrebbe mettere sul tavolo reputazione, professione e credibilità entrando in una competizione durissima senza avere alle spalle una coalizione che abbia dimostrato di saper costruire una vera alternativa di governo?
Le persone che avrebbero davvero il profilo per fare il sindaco hanno spesso una caratteristica piuttosto scomoda per la politica: non hanno bisogno di fare il sindaco. Bisogna convincerle. E per convincerle non basta offrire una candidatura pochi mesi prima delle elezioni. Servono una squadra, competenze, un progetto e soprattutto la garanzia di non essere utilizzate come il bel nome della società civile da mettere sul manifesto mentre dietro continuano indisturbati i soliti riti dei partiti. Forse, allora, il problema non è soltanto che Modena non abbia ancora trovato il proprio Guazzaloca.
È che un ipotetico Guazzaloca modenese potrebbe essere il primo a non volersi candidare con questo centrodestra. Non per paura. Per buon senso. Ed è dentro questo quadro che va letto anche il ragionamento su Mezzetti.
Mezzetti non è l'alternativa al centrosinistra. Mezzetti è centrosinistra. Sostenere il contrario sarebbe falso.
Ma se dall'altra parte continuerà a non nascere una proposta seria di governo, potrebbe accadere il paradosso che persino le sue insofferenze verso determinati meccanismi del Pd, le sue contraddizioni e quella naïveté che abbiamo sottolineato finiscano per risultare politicamente più interessanti dell'ennesima candidatura del centrodestra destinata alla sconfitta. Non sarebbe la vittoria del cambiamento. Sarebbe la certificazione del fallimento dell'alternativa.
Dopo ottant'anni, del resto, non può essere sempre colpa della forza del Pd, del sistema di potere, dei modenesi conformisti, degli interessi costituiti o dell'informazione. Se un avversario governa da ottant'anni e, dopo ottant'anni, non si è ancora riusciti a convincere una maggioranza dei cittadini che esista qualcuno capace di governare meglio, prima o poi una domanda bisogna farsela. Quindi sì: magari Modena avesse il suo Guazzaloca.
Il problema non è soltanto trovarlo. È costruire una politica abbastanza credibile perché una persona che non ha bisogno della politica decida che valga la pena mettersi al servizio della città. Perché il Guazzaloca modenese potrebbe anche esistere. Forse lo abbiamo persino incontrato. Ma, conoscendo la storia recente del centrodestra modenese, il primo a non voler avere nulla a che fare con il centrodestra modenese potrebbe essere proprio lui.
Cinzia Franchini

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