Opinioni Lettere al Direttore

Mezzetti non è il cambiamento, perchè Modena non può immaginare un nuovo Guazzaloca?

Mezzetti non è il cambiamento, perchè Modena non può immaginare un nuovo Guazzaloca?

Diciamo da anni che qualcosa deve cambiare e poi, quando arriva l'occasione di cambiare, ci rifugiamo nuovamente nelle rassicuranti geometrie di sempre


3 minuti di lettura

Caro direttore,

ho letto con interesse, e con crescente stupore, il suo editoriale “Nella Modena conformista potrebbe diventare più conveniente scegliere la naïveté di Mezzetti rispetto alla palude PD”. E confesso che, arrivata alla fine, mi sono chiesta se non ci sia qualcosa di profondamente modenese anche nel modo in cui lei immagina il cambiamento.

Perché la domanda, a mio avviso, è molto semplice: com'è possibile che l'alternativa a un partito che governa Modena da circa ottant'anni debba necessariamente essere cercata dentro quello stesso partito?

È un po' come proporre, per uscire da una palude, di scegliere con cura quale stivale indossare.

 

Capisco la prudenza. Capisco persino la cautela. Quello che faccio più fatica a capire è l'idea che il cambiamento debba essere rigorosamente certificato, possibilmente timbrato e comunque proveniente dallo stesso ambiente che ha prodotto lo status quo che si dichiara di voler superare.

E qui emerge, forse più dell'ingenuità di Mezzetti, una certa ingenuità del conformismo: quella per cui si può parlare di svolta, di discontinuità, di necessità di cambiare passo, purché alla fine non si cambi davvero strada.

La cosa ancora più curiosa è che persino un giornale coraggioso come La Pressa sembri avere una remora mentale nel prendere seriamente in considerazione una possibilità molto più radicale: un candidato indipendente, non sostenuto dai partiti del centrosinistra.

 

È già successo, e non in un remoto laboratorio politico della Patagonia.

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È successo a Bologna, qualche decennio fa, con Giorgio Guazzaloca. Un precedente che dimostra una cosa elementare: l'idea che una città possa essere amministrata anche senza il certificato di appartenenza a una determinata filiera politica non è fantascienza.

Perché allora a Modena sembra quasi un'eresia soltanto immaginarlo?

 

È proprio questa la modenesità: lamentarsi della palude e, contemporaneamente, preoccuparsi che nessuno osi davvero prosciugarla. Denunciare l'abitudine mentre la si difende con sofisticate argomentazioni. Invocare il cambiamento e poi domandarsi, con una certa apprensione: “Sì, ma non sarebbe meglio cambiare senza esagerare?”

In fondo, è il nostro sport nazionale: desiderare la rivoluzione, purché non disturbi il traffico.

E la stessa dinamica, mi pare, si ritrova anche in una parte del giornalismo di destra. Penso alle critiche spesso gratuite, e talvolta persino contraddittorie, rivolte al generale Vannacci, frequentemente senza che emerga una conoscenza davvero approfondita del suo pensiero. Un pensiero che, a prescindere da tutto, è un pensiero di destra e che, per molti aspetti, rappresenta una destra assai più riconoscibile di quella che abbiamo visto esprimersi nell'attuale esecutivo


Ma anche qui viene un dubbio: non sarà che, alla fine, lo status quo conviene a tutti?

Conviene alla sinistra moderata, che può continuare a presentarsi come indispensabile perché “altrimenti arrivano gli altri”.

Conviene a una certa destra, che può agitare qualche spauracchio senza dover fare i conti fino in fondo con idee davvero scomode. Conviene, forse, anche a una parte dell'informazione, perché criticare l'esistente è relativamente facile; mettere davvero in discussione gli equilibri che lo sostengono è un'altra faccenda.

E allora resta una spiegazione ancora più impietosa.

Forse siamo semplicemente un popolo poco incline a concedere una possibilità a chi propone un cambiamento reale.

Siamo bravissimi a chiedere novità e straordinariamente efficienti nel renderle impossibili. Ci indigniamo per la stagnazione, ma quando compare qualcuno che rischia concretamente di interromperla, cominciamo immediatamente a cercarne i difetti, le ingenuità, le imperfezioni, le contraddizioni. Meglio un usato conosciuto, anche se perde olio, che un'automobile nuova di cui non conosciamo il motore.

È qui che la pusillanimità diventa qualcosa di più della semplice paura: diventa inaffidabilità.

Perché se diciamo da anni che qualcosa deve cambiare e poi, quando arriva l'occasione di cambiare, ci rifugiamo nuovamente nelle rassicuranti geometrie di sempre, allora il problema non è più soltanto chi governa.

Il problema siamo anche noi che continuiamo a scegliere ciò che conosciamo e poi ci lamentiamo di conoscerlo fin troppo bene.

Per questo trovo paradossale che proprio la naïveté venga considerata il rischio maggiore. A volte, infatti, la vera ingenuità è credere che si possa ottenere un risultato diverso continuando a utilizzare gli stessi ingredienti.

Modena avrebbe bisogno esattamente del contrario: non di una scelta più prudente dentro il perimetro consueto, ma del coraggio di uscire finalmente da quei metri quadrati.

Altrimenti continueremo a parlare di cambiamento con la stessa serietà con cui si parla di dieta davanti a un piatto di pasta al forno.

Convinzione assoluta nelle intenzioni.

E assoluta fedeltà alle vecchie abitudini nei fatti.

Cordiali saluti 

Mara Iapoce 

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La Pressa è un quotidiano on-line indipendente fondato da Cinzia Franchini, Gianni Galeotti e Giuseppe Leonelli. Propone approfondimenti, inchieste e commenti sulla situazione politica, sociale ed ec...   

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