Una presenza che molti considerano del tutto naturale. Da anni, infatti, la tutela dei diritti delle persone Lgbt rappresenta una delle principali battaglie culturali e politiche della sinistra e del centrosinistra italiano e poco importa possa capitare che alcuni degli stessi baluardi di tali battaglie pubbliche, in privato, si lascino andare a commenti da osteria, fa parte dell'ipocrita gioco della politica e della vita.
Il punto è un altro: il Pride è ancora una manifestazione trasversale e spontanea oppure sta diventando sempre più un appuntamento identificato con una specifica area politica?
La questione non riguarda il merito delle rivendicazioni. Riguarda piuttosto la percezione pubblica dell'evento. Quando sul palco, nei cortei e nelle prime file compaiono quasi esclusivamente esponenti di una stessa cultura politica, il rischio è che una battaglia per diritti universali venga percepita come patrimonio di una sola parte. E questo potrebbe produrre un paradosso: persone che condividono la richiesta di pari dignità e pari diritti potrebbero sentirsi meno rappresentate proprio perché non si riconoscono nell'universo politico che domina la manifestazione.
Non solo. I Pride nacquero come movimenti di contestazione e di rivendicazione dal basso, di ribellione e di libertà vera. Oggi, in molte città, sono patrocinati dalle istituzioni, sostenuti dalle amministrazioni locali e guidati dalle principali autorità pubbliche. Questa evoluzione non rischia forse di trasformare una protesta in una celebrazione istituzionale, riducendone la spontaneità e la capacità di rappresentare posizioni diverse? Qual è la forza di una provocazione, la capacità di un grido di lacerare il silenzio, il peso della ricerca di sè che si fa colletiva, se ha la benedizione del sindaco, della Cgil, di Libera, e - tra non molto - anche della Chiesa stessa, o di quello che resta di essa?
Ma la questione riguarda anche il centrosinistra. Da tempo i diritti civili sono diventati uno dei principali elementi identitari delle forze progressiste. Ma se si schiaccia eccessivamente la propria azione su questi aspetti, se il sindaco si pone in prima fila al corteo, insieme al segretario Cgil, la percezione che si restituisce, al di là delle volontà, è quella di una precisa gerarchia di priorità.
In questa prospettiva il problema non è la legittimità delle battaglie per l'uguaglianza (parola che peraltro non significa molto in questo contesto), la volontà del singolo di affermare se stesso anche attraverso la propria identità sessuale, bensì il loro peso relativo nell'agenda politica.
Insomma, la forte presenza delle istituzioni e del centrosinistra ai Pride rappresenta il successo di una lunga battaglia per il riconoscimento dei diritti (peraltro già in gran parte conquistati) oppure contribuisce a rendere queste manifestazioni meno trasversali? E ancora: l'identificazione tra mondo progressista e diritti Lgbt rafforza il consenso oppure rischia di trasformare una battaglia universale in un simbolo di appartenenza politica?
Domande che ovviamente riguardano l'evento collettivo e non incrinano il valore della ricerca individuale, della fatica di scoprire chi si è dal punto di vista sessuale e ontologico, l'orgoglio di pronunciarlo ad alta voce. Indipendentemente da regole e convenzioni posticce, abbattendo tradizioni, convenienze e finanche le porte di un Paradiso costruito ad arte come dolce anestetico.
Giuseppe Leonelli


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