Che l'obiettivo della scelta di non votare la fiducia sul Decreto Aiuti non fosse quella di una crisi di governo emergeva già dal discorso di Conte ieri sera. Nel quale ai niet del Movimento si alternavano grandi aperture di credito verso il proseguimento del lavoro dell'esecutivo sul fronte economico e che anche questa mattina il sottosegretario all'economia Maria Cecilia Guerra, ha confermato che difficilmente potrà interrompersi ora. Le variabili sono diverse ma sono veramente pochi coloro i quali scommettono su una crisi di governo come conseguenza del voto di oggi. Da un lato perché la non partecipazione al voto non equivale ad un voto contrario, capace di incidere profondamente su una maggioranza numerica e non è detto che tutti i senatori seguano Conte. Insomma non voto come utile da un lato all'ex premier e al Movimento per porre la somma di bandierine politiche all'interno della maggioranza (la prima quella con il bollino rosso sul termovalorizzatore di Roma e ai poteri speciali sul tema rifiuti che oggi vengono concessi all'attuale sindaco della capitale e che ieri non erano stati concessi alla Raggi), e non volto come funzionale allo stesso tempo a non provocare la caduta del governo di cui Conte si dovrebbe assumere la responsabilità politica. Con tutte le conseguenze in funzione di un voto che tutti dichiarano essere unica prospettiva in caso di caduta di Draghi ma che rimane sullo sfondo delle ipotesi lontane. Del resto, strategie politico-parlamentari di questo tipo non sono nuove, anche nel recente periodo. Utili soprattutto per indurre e in parte guidare una verifica di maggioranza e per difendere rendite di posizione, soprattutto alla vigilia di un voto di fiducia. Quel tipo di voto ormai passato dall'essere eccezione all'essere regola.
Gi.Ga.

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