Due richiami forti, autorevoli, convergenti. Ma proprio per questo emerge una questione centrale, troppo spesso elusa: a chi sono realmente rivolti questi appelli?
Perché i cittadini italiani, per quanto sensibili e partecipi, non hanno strumenti concreti per incidere sulle scelte di guerra o di pace. Non decidono l’invio di armi, non stabiliscono le alleanze militari, non definiscono le strategie diplomatiche, non siedono ai tavoli internazionali. Possono manifestare, votare, esprimere opinioni — ma l’azione reale è prerogativa di chi governa.
Gli strumenti della pace non sono nelle mani dei cittadini: sono nelle mani del Governo.
E qui si apre l’incongruenza più evidente. Mentre le massime autorità morale e istituzionale del Paese parlano di pace come responsabilità politica, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni continua a muoversi in una direzione opposta: aumento delle spese militari, sostegno bellico senza una parallela iniziativa diplomatica autonoma, totale accettazione della guerra come scenario inevitabile.
In questo contesto, il richiamo alla pace rischia di diventare una delegazione impropria di responsabilità: si parla ai cittadini come se fossero loro a dover “fare qualcosa”, mentre chi ha il potere decisionale rinuncia a esercitarlo in modo coerente con quel valore.
La pace non è un sentimento privato, né un auspicio morale. È una scelta politica, che richiede coraggio, visione, iniziativa diplomatica, capacità di mediazione e anche la disponibilità a distinguersi, quando necessario, dagli automatismi dei blocchi militari. Tutte prerogative che spettano ai governi, non alla società civile.
Se il Presidente della Repubblica e il Papa parlano di pace, non lo fanno per invitare i cittadini alla rassegnazione o alla buona volontà individuale. Lo fanno per richiamare chi governa alle proprie responsabilità. Ignorare questo passaggio significa svuotare quelle parole del loro significato più profondo.
Un Paese in cui la pace viene invocata dai vertici morali e istituzionali, ma non praticata da chi detiene il potere, rischia di trasformare un principio costituzionale in una formula rituale. E allora sì, l’incongruenza diventa politica: si chiede alla coscienza dei cittadini ciò che dovrebbe essere deciso nei palazzi del governo.
Cinzia Franchini

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