Spettabile redazione,
spesso in questa sede si parla di problemi locali, tuttavia viviamo in Italia, pertanto ciò che avviene fuori regione non può non essere preso in considerazione. Sono rimasta trasecolata nell'apprendere quanto perpetrato da associate a un gruppo femminista di recente costituzione nei confronti della sede romana di Pro Vita e Famiglia. Non ritengo di utilizzare un paragone azzardato nel parlare di clima degli anni settanta, quando devastazioni e aggressioni erano all'ordine del giorno.
Le scritte ingiuriose sui muri, i pesanti anatemi contro i membri dell'associazione, le telecamere e i vetri mandati in frantumi, l'ordigno bellico gettato all'interno della sede e, per finire, le dichiarazioni di alcune femministe, che hanno bellamente rivendicato le azioni e le ragioni ad esse sottese, non si situano sul classico fronte concettuale del 'è un caso isolato'.
Quindi vorrei capire: questi gruppi pretendono di insegnare agli altri che cos'è la tolleranza, ma sono i primi intolleranti? Organizzano un evento contro la violenza e agiscono da violenti?
Qui c'è un cortocircuito enorme, e la causa risiede nel materialismo sempre più spinto a cui soggiace l'uomo d'oggi.
Auspico che i magistrati facciano il loro dovere nel sanzionare senza sconti i belligeranti, ma faccio anche un'altra riflessione: chi pensa di distogliere chi la pensa diversamente da loro da programmi di rispetto della vita umana si sbaglia. Tutt'altro: la mancanza di argomenti che si è celata dietro il loro odio non fa altro che rendere più determinato chi guarda l'uomo da un'altra prospettiva.
Auspico altresì che gli italiani capiscano dove siamo arrivati e prendano posizione: il sonno della mente genera mostri.
Ringrazio se non verrò ignorata e con l'occasione vi saluto cordialmente
Cornelia Pierobon
Attacco sede Pro vita e famiglia: siamo tornati negli anni '70
Questi gruppi pretendono di insegnare agli altri che cos'è la tolleranza, ma sono i primi intolleranti
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