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Governo: guerra, miliardi e promesse dimenticate

Governo: guerra, miliardi e promesse dimenticate

Altri miliardi alla guerra, mentre l’Italia affronta emergenze interne irrisolte. La distanza tra le parole di ieri e le scelte di oggi del governo Meloni


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Il Governo Meloni si prepara a deliberare entro fine anno nuovi stanziamenti per la guerra in Ucraina. Altri miliardi. Ancora. Una scelta che viene presentata come inevitabile, tecnica, persino “responsabile”. Ma inevitabile non è mai una decisione politica. E questa, più di tutte, ha un costo altissimo che qualcuno dovrà pagare.
Dal 2022 a oggi, l’Italia ha già impegnato oltre 8 miliardi di euro tra forniture militari, supporto logistico e contributi finanziari. Otto miliardi sottratti ad altre priorità. Otto miliardi approvati con una rapidità che non si vede mai quando si parla di sanità, scuola, dissesto idrogeologico o salari. Per la guerra i soldi si trovano sempre. Per tutto il resto, improvvisamente, “non ci sono risorse”.
Un miliardo di euro. Fermiamoci su questo numero.
Un solo miliardo significa: decine di migliaia di medici e infermieri per la sanità pubblica; migliaia di scuole messe in sicurezza; prevenzione seria contro alluvioni e frane, invece di interventi emergenziali a tragedia avvenuta; riduzione strutturale delle bollette per famiglie e imprese; pensioni minime realmente dignitose, non aumenti simbolici. Otto miliardi significano moltiplicare tutto questo per otto. Eppure, mentre questi bisogni vengono rinviati, ridimensionati o ignorati, la spesa militare cresce senza discussione.A giustificare tutto c’è sempre la stessa obiezione: armare un Paese lo rende più sicuro.
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È una tesi ripetuta ossessivamente, ma che i fatti smentiscono. L’Ucraina è oggi uno dei Paesi più armati d’Europa e allo stesso tempo uno dei più insicuri. Anni di forniture militari non hanno portato alla pace né alla stabilità, ma a una guerra cronicizzata, sempre più lunga e distruttiva. La storia recente lo dimostra: l’escalation militare raramente produce sicurezza, spesso produce solo escalation. Più armi significano più conflitto, più instabilità, più dipendenza da una logica bellica che rinvia ogni soluzione politica e diplomatica.
E l’Italia? In che modo l’aumento vertiginoso delle spese per la difesa – che nei prossimi anni saliranno a decine di miliardi, in linea con impegni internazionali – renderà più sicura la vita quotidiana degli italiani? Chi ci difende da un pronto soccorso senza personale? Da una scuola che cade a pezzi? Da un territorio fragile che frana a ogni pioggia? Da stipendi che non tengono il passo con il costo della vita? Questa è la sicurezza reale. Tutto il resto è propaganda.
Il punto politico, però, è ancora più grave. Perché questo governo non è arrivato promettendo continuità. È arrivato promettendo l’esatto contrario.
Giorgia Meloni, prima di Palazzo Chigi, diceva parole molto chiare: «L’Italia non deve farsi trascinare in una guerra che non è la sua». «Prima gli interessi degli italiani». Parole nette, utilissime a raccogliere consenso. Oggi completamente rinnegate.
Una volta al governo, la leader che si proclamava “sovranista” ha accettato senza fiatare un allineamento totale, trasformando l’Italia in un finanziatore silenzioso di una guerra senza una strategia di uscita. Nessuna spiegazione ai cittadini. Nessuna assunzione di responsabilità politica. Solo assegni firmati e richiami alla disciplina internazionale.
Chi osa dissentire viene accusato di irresponsabilità o ambiguità. Ma la vera ambiguità è quella di chi ha costruito la propria carriera denunciando l’establishment e oggi ne è il più diligente esecutore. La vera irresponsabilità è chiedere sacrifici ai cittadini mentre si considerano intoccabili solo le spese militari. Questa non è realpolitik. È ipocrisia istituzionalizzata. È la riduzione della sicurezza a una voce di bilancio bellico, mentre la sicurezza sociale, economica e territoriale viene sacrificata. La guerra può essere lontana. Il suo prezzo no. Quel prezzo è già scritto nei tagli, nei rinvii, nelle promesse dimenticate. E questa volta non basterà dire che “non c’erano alternative”. L’alternativa c’era. Si chiamava Italia.
B.Lazzari
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