Letta da questo territorio, la legge di bilancio del governo guidato da Giorgia Meloni appare invece come una manovra lontana, costruita altrove, che ignora il lavoro reale e continua a scaricare il peso dei conti pubblici su chi produce. È una legge che parla il linguaggio della propaganda nazionale ma non quello delle officine, dei capannoni, degli studi professionali e delle fabbriche emiliane.
Il primo tradimento è quello verso il ceto medio produttivo. La pressione fiscale resta inchiodata intorno al 42–43%, senza alcuna riforma strutturale dell’IRPEF. La flat tax, promessa come svolta liberale, sopravvive in forme marginali e tecnicamente irrilevanti. Per artigiani, professionisti e piccoli imprenditori modenesi non cambia nulla: stessi adempimenti, stessi costi, stessa incertezza. Lo Stato continua a presentarsi come esattore puntuale e alleato distratto.
Nei distretti industriali, dove la competizione è globale e i costi energetici e burocratici pesano più che altrove, la manovra non offre alcuna risposta strutturale. Nessun piano serio per gli investimenti produttivi, nessuna semplificazione degna di questo nome, nessuna riduzione significativa del cuneo fiscale per il lavoro manifatturiero. Le imprese continuano a reggere il sistema mentre la politica si limita a distribuire bonus, utili al consenso ma inutili allo sviluppo.
Il lavoro viene celebrato nei discorsi ufficiali, ma nei numeri resta penalizzato. Negli ultimi due anni l’inflazione cumulata ha superato il 15%, mentre gli adeguamenti salariali medi sono rimasti ben al di sotto. In una provincia come Modena, dove la competenza tecnica è un patrimonio costruito in decenni, questo significa perdita di attrattività, fuga di giovani qualificati e impoverimento progressivo del tessuto sociale.
Ancora più grave è il capitolo pensioni. Qui la pensione non è un privilegio, ma il traguardo di una vita passata tra turni, rumore e fatica fisica. Eppure la legge di bilancio non solo conferma la Fornero, ma irrigidisce ulteriormente l’accesso all’uscita anticipata. Quota 103 viene svuotata con finestre più lunghe e penalizzazioni che possono arrivare al 20–25% dell’assegno. Il messaggio è brutale: chi ha lavorato quarant’anni può aspettare ancora.
Sul fronte della sicurezza, la distanza tra parole e fatti è altrettanto evidente. Il governo moltiplica gli slogan sul rispetto per le forze dell’ordine, ma nei conti gli aumenti contrattuali medi si fermano a 100–120 euro netti mensili, insufficienti persino a compensare l’inflazione. Mezzi carenti, organici ridotti, presidi territoriali sotto pressione: anche a Modena la sicurezza quotidiana è garantita più dal senso del dovere degli agenti che da un reale investimento dello Stato.
Quando invece si parla di spesa militare e guerra, i vincoli di bilancio improvvisamente scompaiono. L’Italia si avvicina all’obiettivo NATO del 2% del PIL per la difesa, con miliardi aggiuntivi rispetto al periodo pre 2022. È una scelta politica legittima, ma ipocrita se accompagnata dal ritornello del “non ci sono risorse” per pensioni, sanità e welfare. I soldi non mancano: vengono semplicemente indirizzati altrove, senza che agli elettori fosse mai stato detto con chiarezza.
Il quadro si completa con una gestione del potere che contraddice frontalmente la retorica anti-élite. Mentre ai cittadini si chiede rigore, il sistema politico si autoalimenta con nomine fiduciarie, enti inutili rifinanziati, strutture parallele e consulenze.
Sul fondo resta la sanità pubblica, con una spesa ferma sotto il 7% del PIL, lontana dagli standard europei. Liste d’attesa infinite, carenza di personale, servizi territoriali in affanno. In Emilia-Romagna, dove la sanità è sempre stata un pilastro, questo arretramento pesa come una scelta politica precisa, non come una fatalità.
Questa legge di bilancio certifica una verità che è ormai chiara: il governo Meloni non rappresenta una discontinuità, ma una continuità mascherata. Con una differenza decisiva: l’aveva negata. In una terra concreta, dove i bilanci si chiudono davvero e non nei talk show, la distanza tra propaganda e realtà non passa inosservata. E quando la politica smette di ascoltare chi lavora e produce, il consenso non crolla all’improvviso. Si consuma. Fino a presentare il conto.

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