La scena avvenuta nel cortile di Palazzo Chigi durante la cerimonia degli auguri natalizi non è una semplice curiosità di protocollo. È, piuttosto, la fotografia di una contraddizione politica e simbolica che chiama in causa direttamente la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.Mentre l’Associazione nazionale alpini di Roma conclude l’Inno di Mameli senza il “sì” finale, in ossequio alle nuove disposizioni dello Stato maggiore della Difesa, sono proprio i dipendenti della Presidenza del Consiglio e la stessa premier a gridarlo. Un gesto apparentemente spontaneo, ma che in realtà si colloca al centro di una scelta politica ben precisa: quella di intervenire normativamente su un simbolo nazionale, caricandolo di un significato identitario e ideologico.La responsabilità di questa decisione non è neutra. Il divieto di pronunciare il “sì” finale in occasione di cerimonie militari istituzionali nasce infatti da una disposizione dello Stato maggiore della Difesa, che richiama un decreto del Presidente della Repubblica il cui schema è stato approvato dal Consiglio dei ministri su proposta della premier Meloni. È qui che la questione smette di essere filologica e diventa politica.Il governo ha scelto di risolvere una storica divergenza tra il testo autografo di Goffredo Mameli e lo spartito musicale di Michele Novaro non con un atto di chiarimento culturale, ma con un’imposizione gerarchica.
Il risultato è una normalizzazione dall’alto di un simbolo che, per sua natura, appartiene alla collettività e alla sua evoluzione storica.Il fatto che la disposizione sia stata anticipata da Il Fatto Quotidiano e che trovi conferma anche nelle scelte del Quirinale – dove viene proposta la versione dell’Inno cantata nel 1961 da tenore Mario Del Monaco – non attenua la responsabilità politica dell’esecutivo. Al contrario, evidenzia come il governo Meloni abbia ritenuto prioritario intervenire su un terreno simbolico, anziché lasciare che il pluralismo delle prassi continuasse a esistere.Il “sì” finale non è solo una sillaba. È un gesto collettivo, una risposta corale che negli anni ha rappresentato partecipazione, adesione emotiva, talvolta persino dissenso ironico. Non a caso, durante il congresso fondativo del Popolo delle libertà, Silvio Berlusconi reagì con un ambiguo “così così” al verso “Siam pronti alla morte”, mentre accanto a lui Meloni – allora ministra della Gioventù – scandiva con forza proprio quel “sì”.Oggi, quella stessa parola viene regolamentata, limitata, sottratta alla spontaneità.
E il paradosso è evidente: la premier che fa della nazione, della tradizione e dell’identità il cuore della propria retorica politica è la stessa che accetta – e promuove – una standardizzazione burocratica dell’Inno nazionale.La responsabilità di Giorgia Meloni non sta tanto nella scelta di una versione “corretta” dell’Inno, quanto nell’aver trasformato una questione culturale in un atto di potere simbolico. In questo modo, l’Inno di Mameli smette di essere un patrimonio condiviso e diventa un terreno di disciplinamento, dove l’adesione non è più emotiva ma regolata.E quando un governo sente il bisogno di normare anche il modo in cui si risponde a un canto patriottico, forse il problema non è il “sì” finale ma l’idea stessa di patria che si vuole imporre.