Le regole si potrebbero apprendere in una dimensione ludica: qualcosa di serio, come ogni gioco vero ha regole serie, ma in cui nessuna ragazzina e nessun ragazzino sia punito se non capisce o se sbaglia. Ci pensa già la vita a punire, la scuola dovrebbe far capire che esistono regole ma che se si perde o non si capiscono, si ricomincia da un altro mazzo di carte. Vedere degli adolescenti che in questo periodo dell’anno sono costretti in fretta e furia, ai tempi supplementari, a fare “verifiche di recupero” (ma “recupero” di che cosa?!?) per non essere condannati è uno spettacolo barbarico e agghiacciante.
Nessuno parla, non a caso, dell’alta percentuale di suicidi scolastici, una delle piaghe delle vite delle nuove generazioni (una media di 5 al giorno in Europa tra i 12 e i 18 anni). Le scuole sono piccole prigioni che allenano a vivere nella grande prigione della vita sociale. Ho sempre diffidato degli studenti che hanno ottime valutazioni in tutte le materie: si abitueranno a pensare che la cosa che conta sia “avere successo” e che per avere successo, anche da adulti, sia necessario fare quello che il sistema impone, e sapere a memoria le regole che insegna. Il sistema di voto è uno svilente progetto di competizione nella cui logica cadono purtroppo anche i genitori (“che voto hai preso?”, “Sei andato bene?”, “Bravo!”, “Sei andato male?”, “Ma come è possibile?”, “E gli altri tuoi compagni che voto hanno preso?”). Motivare un adolescente sarebbe la cosa più bella e creativa del mondo. La scuola è una gabbia che impedisce ogni dialogo motivante. Anche le poche eccezioni luminose di professoresse e professori che non entrano in questa logica devono a fine anno soccombere nella tragica pantomima degli scrutini (termine che viene da “scrutare”: potrei dire “sorvegliare e punire”). Io ho sempre pensato che i ragazzi che hanno problemi piccoli o grandi a scuola siano la speranza del futuro.
F.
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