Come ogni anno anche oggi, 19 luglio, si è ripetuto lo stesso copione. Corone di fiori, discorsi solenni, post istituzionali, fotografie in bianco e nero da riproporre in dissolvenza, citazioni condivise sui social migliaia di volte. Via D’Amelio torna, per un giorno, al centro della coscienza nazionale.
Ma è davvero così che si fa memoria? Il rito, proprio attraverso la sua ripetizione, ha finito per svuotare il significato di ciò che dovrebbe ricordare. Paolo Borsellino non era un santino né tantomeno un simbolo da esibire una volta l’anno. Era un magistrato dal carattere ruvido, che disturbava e che parlava di responsabilità, scevra dalle luci artefatte dell’eroismo. Era il magistrato che, dopo la morte di Giovanni Falcone, in una drammatica intervista mostrò di essere perfettamente consapevole del destino, del martirio al quale andava incontro.
Ecco, se oggi Paolo Borsellino fosse vivo, cosa direbbe?
Come si confronterebbe con un’antimafia diventata spesso un’etichetta, un marchio, o addirittura una professione? Che strumenti userebbe per distinguere tra chi combatte davvero la criminalità organizzata e chi, invece, vive della sua rappresentazione?
Negli anni l’antimafia è diventata un linguaggio, una narrazione, in alcuni casi un’identità politica, con uomini o donne sedicenti 'simbolo' da candidare. Intorno all’antimafia sono nate associazioni, eventi, festival e carriere.
Certo, molte realtà svolgono un lavoro prezioso e concreto, spesso lontano dai riflettori. Ma accanto a queste è cresciuta anche una dimensione retorica che rischia di trasformare la memoria in celebrazione, una stanca abitudine.Se oggi Paolo Borsellino fosse vivo, cosa direbbe davanti a una commemorazione che ogni anno sembra identica alla precedente? Accetterebbe che il suo nome venga evocato da chiunque, al di là di storie, coerenza e impegno concreto?
Trasformando gli uomini come Borsellino in icone, paradossalmente le si normalizzano, le si rendono accessibili e neutre.
Una memoria rassicurante, tutti contro la mafia per un giorno, tutti dalla parte giusta, e non ci si pensa più.
Eppure il testamento morale del Borsellino uomo, lontano dalla icona creata per rasserenare tutti, è ancora lì in tutta la sua devastante forza.
‘Ricordo ancor quando Ninni Cassarà mi disse 'convinciamoci che siamo cadaveri che camminano'. La sua espressione potrei ripeterla, ma vorrei farlo in modo più ottimistico - disse in quella sua ultima intervista televisiva -. Io accetto e ho sempre accettato il rischio e le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo in cui lo faccio. Lo accetto perché ho scelto questo lavoro e sapevo sin dall'inizio che avrei corso questi pericoli.
Il rischio di perdere tutto. Di mettersi in discussione, di fare scelte controproducenti e apparentemente masochiste. Questa è l’antimafia che Borsellino ha consegnato all’Italia. Una croce senza onori che ha davvero poco a che vedere con la retorica di questo ennesimo 19 luglio. Una retorica alla quale forse, almeno per una volta, sarebbe preferibile un provocatorio silenzio.
Eli Gold


