Tutto ciò è avvenuto a maggio e la Verità ne ha dato notizia a giugno, senza suscitare reazione alcuna in chi - ai tempi - avrà preferito salvare governo e poltrona. Oggi sembra invece lo scoop del secolo, più del dossier Mitrokhin e dell'agente Betulla.
La Meloni si smarca sfoggiando un sorprendente neo Atlantismo, che le ha portato il nullaosta dei media americani. Il punto, però, è che un leader di una nazione europea oggi dovrebbe puntare davvero a colloqui con Putin. Perché la crisi in Ucraina non si risolve di certo mandando armi all'infinito e parlando solo con Zelensky. Specie adesso che la guerra sta diventando attrazione turistica e copertina di Vogue. Ma l'opposizione americana a soluzioni a breve della crisi blocca ogni possibile fuga in avanti. Lo stesso Draghi è finito in disgrazia, si dice, per aver auspicato una soluzione negoziata - notoriamente invisa agli Usa, per i quali non c'è nulla da negoziare e la guerra va vinta sul campo. Cioè mai.
Parafrasando però quanto letto sul NYT in questi giorni, in una democrazia il volere del Popolo deve prevalere sugli interessi internazionali e finanziari. Bene ha fatto allora il PD a sollevare la questione in questo inizio di campagna elettorale. Perché come uscire dalle conseguenze per l'Italia della crisi Ucraina, più che dalla crisi stessa, deve essere scritto chiaramente sui programmi elettorali. Così scopriremo se è vero che gli italiani sono i meno filo-ucraini e più filo-russi d'Europa, come avrebbero mostrato recenti sondaggi europei.
Magath


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