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Ucraina, il clima guerrafondaio forse sta cambiando in Europa

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Gli ucraini prima o poi dovranno prendere atto che il loro destino è quello di combattere e morire per conto di altri ma senza avere alcuna voce in capitolo


Ucraina, il clima guerrafondaio forse sta cambiando in Europa
Il prolungarsi della guerra in Ucraina sta facendo lentamente emergere i primi distinguo tra gli americani e gli europei. Appare del tutto evidente che gli USA e la NATO, declassata ormai a branca operativa del Pentagono, stiano perseguendo la linea della guerra a ogni costo, sostenendo ufficialmente di credere nella vittoria sul campo dell’esercito ucraino contro i russi e la completa liberazione di territori occupati, Crimea compresa. In realtà, le conclamate affermazioni di fiducia nella vittoria finale sembrano più che altro mirate a sostenere propagandisticamente e psicologicamente la “resistenza ucraina” che giorno dopo giorno deve dissanguarsi sul campo di battaglia, ben più che a rivelare un obiettivo strategico seriamente perseguibile.

Dal 2014, da quando cioè è scoppiata la guerra nel Donbass, lo scopo degli americani è stato quello di utilizzare lo stato ucraino, o quanto rimaneva di esso, per indebolire il più possibile la Russia dal punto di vista geopolitico e militare.

A questo preciso fine, in otto anni hanno speso quattro miliardi di dollari per armare e addestrare l’esercito ucraino trasformandolo in una macchina bellica ragguardevole per numero di effettivi ed equipaggiamento, del tutto indifferenti al fatto che il paese più povero del continente pagasse questa escalation bellica con l’ulteriore peggioramento delle condizioni di vita già misere della popolazione. Con l’invasione russa del 24 febbraio – dopo il lungo “abbaiare” ai suoi confini per usare l’efficace eufemismo del papa – gli americani hanno finalmente ottenuto l’agognato confronto diretto con il Cremlino, e non vi è dubbio alcuno che continueranno a pompare armi e denaro in misura pressochè illimitata fino a quando ci sarà almeno un ucraino disposto a prendere un fucile in mano.

Che l’Ucraina, presto o tardi esca distrutta da questo tragico confronto, è del tutto secondario; è fondamentale invece, come ha detto Lloyd Austin, segretario alla difesa dell’amministrazione Biden, “vedere la Russia indebolita al punto in cui non potrà fare cose come invadere l’Ucraina”. Il diritto di invadere altri stati per gli USA è una propria prerogativa assoluta e non può essere diviso con nessuno.

Non è però sulle assai incerte fortune delle armi ucraine che gli Usa hanno giocato la loro carta più pesante ma nelle sanzioni, nel presupposto che se anche la Russia dovesse prevalere sul campo di battaglia non potrebbe sopravvivere al soffocamento della sua economica, a prescindere che al potere resti Putin o ci sia qualcun altro che al suo posto gestisca le spoglie di una Russia impoverita e magari sull’orlo dell’implosione. E non vi è alcun dubbio che aver legato al proprio carro l’Unione europea all’inizio della guerra e averle imposto completamente la propria road map ha rappresentato il maggior successo della diplomazia americana, che ha sempre visto con preoccupazione il buon vicinato del continente alla Russia a cominciare dalle forniture energetiche. Il nanismo politico dell’Europa, la sua incapacità di svolgere un proprio ruolo autonomo a difesa degli interessi delle nazioni e dei popoli che la compongono, ha avuto la sua plastica dimostrazione nella crisi ucraina. Lo spettacolo indecoroso e financo servile degli statisti e dei politici e dei mass media europei che per due mesi si sono sfidati nella gara a chi urlava più forte “alla guerra, alla guerra” ha rappresentato il momento forse più basso dell’ultimo trentennio post guerra fredda.

In base alla tesi americana ammannita agli europei, il colpo da knock out a Putin sarebbe arrivato in tempi brevissimi dalle sanzioni. Questa previsione si è rivelata fallimentare. Non è possibile predire le conseguenze sull’economia russa nel medio periodo, ma è del tutto ragionevole sostenere che le sanzioni non avranno sostanziali percussioni sull’andamento della guerra in corso. Ad oggi, a dispetto delle sanzioni imposte da 37 paesi su 193, la Russia ha visto aumentare i suoi proventi sulle materie prime, comprese quelle che continua a vendere a noi, il rublo ha raggiunto quotazioni record sul dollaro e contrariamente a ogni previsione di default immediato sta pagando regolarmente i suoi debiti. Al contrario, l’Europa ha visto schizzare alle stelle, e a valori pressochè insostenibili nel medio periodo, i prezzi delle materie prime con effetti paralizzanti sul sistema industriale e manifatturiero, soprattutto di paesi trasformatori come Italia e Germania, privi o quasi di fonti energetiche proprie. E’prevedibile che con questo andazzo tra qualche mese i costi esorbitanti della crisi sistemica producano sconvolgenti effetti sociali, le cui conseguenza saranno difficili da arginare per un continente che non si è ancora ripreso da un biennio di sciagurata gestione della pandemia.

Da qualche settimana, tuttavia, pare che almeno in Europa questa folle guerra verso il baratro economico e più ancora verso il suicidio collettivo stia un pò rallentando. Alcuni paesi hanno respinto nuove sanzioni contro la Russia che producano ulteriori danni alle loro economie, il presidente francese Macron – l’unico politico europeo a onor del vero ad aver sempre manifestato un pò più di ragionevolezza - ha affermato che “Putin non è un genocida”, smarcandosi dal linguaggio da terza guerra mondiale di Biden. Anche qualche “padrone del vapore” di casa nostra, a cominciare dal più autorevole di tutti, Carlo De Benedetti, sembra finalmente essersi accorto che al fondo al tunnel di questa guerra economica non c’è salvezza per l’Europa.

Sulla scia di De Benedetti sono usciti allo scoperto alcuni politici - Conte e Salvini in primis – i quali devono aver annusato che l’aria del paese promette tempesta e, preso un briciolo di coraggio, ora chiedono che l’Italia cessi di rifornire di armi l’Ucraina e che dalla retorica della guerra “fino all’ultimo ucraino” si ricerchi una soluzione di compromesso. Persino il PD, ha smesso d’inseguire a destra il reggimento Azov e si è rassegnato all’utilizzo di toni più moderati. Il presidente Draghi, imbattibile nel suo filoamericanismo, ha dovuto anch’egli prendere atto del cambiamento di umore della politica e soprattutto degli italiani, fin dall’inizio nettamente contrari all’invio di armi e al coinvolgimento nel conflitto. Non è chiaro con quanto entusiasmo e convinzione, purtuttavia nel suo recente viaggio a Washington ha esplicitamente chiesto a Biden di aprire un tavolo per negoziare la pace.

Che il clima guerrafondaio stia appena appena cambiando, lo si può notare pure da taluni media che hanno iniziato timidamente a pubblicare qualche notizia non presa solo col copia e incolla dal Kyiv Independent; indizio ancor più significativo è che da qualche tempo la propaganda mainstream si astiene dal bersagliare Putin con i tradizionali epiteti di “genocida”, “macellaio” e “criminale di guerra”.

Per venire incontro alle richieste degli alleati europei, Biden ha fatto chiamare dal segretario alla difesa Austin il suo omologo russo Sergey Shoigu per chiedere un’immediata cessazione delle ostilità. Un rito di circostanza e sostanzialmente inutile perché gli americani, almeno nella fase attuale, non manifestano alcuna volontà di giungere alla cessazione di un conflitto preparato per anni e nel quale la Russia non appare ancora sufficientemente isolata e indebolita. A dimostrarlo inequivocabilmente è stata l’affermazione del segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, secondo cui “gli alleati non accetteranno mai di dare la Crimea ai russi”, a immediata smentita della vaga apertura fatta dal presidente ucraino Zelensky a trattative di pace in cui lo status definitivo della Crimea non doveva essere per il momento affrontato.

Gli ucraini prima o poi dovranno prendere atto che il loro destino è quello di combattere e morire per conto di altri ma senza avere alcuna voce in capitolo, dipendendo politicamente, militarmente ed economicamente da altri: firmeranno la pace se e quando sarà Biden a deciderlo. Le responsabilità americane non diminuiscono quelle del presidente Zelensky e del gruppo di oligarchi e di “banderisti” che lo ha issato al potere; l’ex comico ha avuto molte occasioni per scongiurare la guerra e ha deliberatamente scelto di non farlo. Il 19 febbraio, cinque giorni prima dell’invasione, a margine della conferenza per la sicurezza di Monaco di Baviera, il cancelliere tedesco Olaf Scholz tentò un’ultima, disperata, mediazione con Zelensky, chiedendogli di rinunciare pubblicamente alla NATO in cambio di un accordo russo-americano che garantisse la sicurezza dello stato ucraino. Zelensky respinse sdegnosamente la proposta affermando che “ci difenderemo con o senza i nostri partner” e autoproclamando l’Ucraina “scudo dell’Europa contro l’esercito russo”.

Per giustificare l’inversione di linea il fronte “trattativista” europeo ora sostiene che non “bisogna umiliare Putin”, che il presidente russo non “deve perdere la faccia, perché se cadesse il suo posto potrebbe essere preso da uno peggio di lui”. Secondo questa singolare tesi, si tratterebbe di una specie di “soccorso russo” per impedire l’imminente disfatta del Cremlino. Al di là delle buone intenzioni, o delle resipiscenze tardive, o delle pie illusioni costruite dalla propaganda, al momento il tavolo della pace è molto lontano, perché nessuno pare disposto a fare concessioni, e neppure Putin, il quale non meno degli Stati Uniti si mostra determinato ad andare fino in fondo in quella che ha chiamato “l’operazione militare speciale per demilitarizzare e denazificare l’Ucraina”. Dal 2014 e fino al 24 febbraio scorso ci sono state decine di occasioni per raggiungere un’accettabile soluzione di compromesso tra le parti, e tutte sono andate sprecate. Dopo di allora, la parola è passata al campo di battaglia, e prevedibilmente così sarà ancora per molti mesi.

Giovanni Fantozzi


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Giovanni Fantozzi
Giovanni Fantozzi, giornalista e storico. Si occupa della storia modenese e in particolare del periodo della Seconda Guerra Mondiale e del Dopoguerra. Tra le sue pubblicazioni:
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