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La riforma costituzionale dei 5 Stelle? Propaganda populista

La riforma costituzionale dei 5 Stelle? Propaganda populista

Attualmente, la riforma costituzionale sembra essere uno dei pochissimi dossier su cui i partner di governo vanno d'accordo


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Nell'indifferenza generale dei mezzi d'informazione e quindi dell'opinione pubblica, la maggioranza giallo-verde è vicina a portare a casa una riforma che meriterebbe tantissime attenzioni e discussioni per il solo fatto che è costituzionale. A maggior ragione, tale riforma dovrebbe essere al centro del dibattito perché modifica la composizione del parlamento, alterando quindi il livello di rappresentanza dei cittadini nell'istituzione cardine della democrazia rappresentativa.

L'impostazione della riforma è di chiara matrice pentastellata ma anche la Lega la approva. Attualmente, la riforma costituzionale sembra essere uno dei pochissimi dossier su cui i partner di governo vanno d'accordo. Ma cosa prevede questa riforma? Essenzialmente quattro cose: la riduzione del numero di parlamentari da 945 a 600 – di cui 400 deputati e 200 senatori – l'introduzione del referendum propositivo (attualmente il referendum è solo abrogativo) l'imposizione di un tetto massimo di cinque senatori a vita in carica e la riduzione da 25 a 18 anni dell'età per eleggere il Senato. Comunque, il nocciolo della riforma è rappresentato dalla riduzione del numero dei parlamentari.

Il Movimento 5 Stelle – in quanto partito populista che ha poggiato la sua ascesa su una narrazione votata all'anti-politica – è il padre della riforma.

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Al grido di “tagliamo le poltrone!” i pentastellati puntano a raggiungere due obiettivi: ridurre i costi della politica e rendere più efficienti i lavori parlamentari. Essi prevedono un risparmio di 500 milioni di euro a legislatura mentre il nesso tra meno parlamentari e più efficienza è tutto da dimostrare. Tale modifica costituzionale porta con sé un'altra certezza volutamente taciuta dai suoi promotori, ovvero l'indebolimento della democrazia rappresentativa, siccome si va a ridurre considerevolmente il rapporto tra elettori e numero di eletti.

In sostanza, se passa la riforma pentastellata, i cittadini italiani saranno meno rappresentati.

D'altro canto, considerando gli ideali che stanno alla base dei Cinque Stelle, ciò non deve sorprendere. Il partito di Grillo e Casaleggio considera la democrazia rappresentativa un polveroso reperto storico, novecentesco, inadatto a fronteggiare le sfide del nuovo millennio. I Cinque Stelle credono nella democrazia diretta dove ciascun cittadino decide per sé attraverso un clic su un sito internet e non ha bisogno di rappresentanti. La piattaforma Rousseau, prototipo della democrazia diretta pentastellata, palesò i suoi imbarazzanti limiti in occasione del voto sul caso Diciotti-Salvini mentre l'imparzialità degli amministratori del sito rimane un'incognita.

Meglio tornare alle assemblee cittadine dell'antica Atene piuttosto.

In ogni caso, l'aspetto cruciale su cui si vuole porre l'attenzione è che i Cinque Stelle vogliono mettere mano alla Costituzione solo per, in fin dei conti, ridurre il numero dei parlamentari. Ecco emergere la vera natura populista di questa riforma. La durata media dei governi della Repubblica Italiana è di poco superiore a dodici mesi e ciò in parte è dovuto all'assetto istituzionale definito dalla Costituzione. Redatta subito dopo i drammi della Seconda Guerra Mondiale e della dittatura fascista, l'obiettivo dei padri costituenti era evitare che succedesse nuovamente quanto accaduto negli anni Venti, ovvero che il potere esecutivo prendesse il sopravvento imponendo un regime autoritario al paese. Sebbene il benestare della monarchia fu cruciale per l'avvento e il consolidamento del fascismo, l'attuale Costituzione vede un parlamento forte e un governo debole proprio per evitare che il secondo prevalga sul primo.

Tutto ciò per dire che l'instabilità politica che caratterizza da sempre la nostra Repubblica è, in parte, conseguenza della Costituzione. Sebbene la Costituzione abbia palesato nel corso di questi settant'anni tutti i suoi limiti, i Cinque Stelle decidono di mettervi mano solo per ridurre il numero dei parlamentari. A parte il fatto che una tale riforma dovrebbe come minimo essere accompagnata da una legge elettorale ad hoc, l'Italia

ha bisogno di una riforma costituzionale che cerchi di rafforzare la stabilità governativa e non di pseudo-riforme finalizzate a consolidare la base elettorale di una fazione politica.

In sostanza, con questa riforma, i Cinque Stelle non si sono preoccupati nemmeno per un secondo di porre rimedio a quello che probabilmente è il più grande difetto della nostra Costituzione.

Siccome la Repubblica Italiana si caratterizza da sempre per l'instabilità governativa – tenendo bene a mente le conseguenze negative che ciò comporta per lo sviluppo del paese e la sua credibilità internazionale – e siccome il procedimento di revisione costituzionale è lungo e articolato, non era forse più sensato, già che si stava modificando il parlamento, revisionare i rapporti di forza tra esecutivo e legislativo?

Dal punto di vista politico, evidentemente no. I rischi politici di un'ampia riforma costituzionale si sono manifestati in tutta la loro negatività nel caso della riforma Renzi-Boschi del 2016.

In ogni caso, per un partito populista anti-establishment che considera la democrazia rappresentativa superata, tutti questi problemi non si pongono. Ignorando la drammaticità e la lunghezza dei processi storici che hanno portato l'Europa dall'Ancien Regime alla democrazia rappresentativa, i Cinque Stelle credono che l'utopia della democrazia diretta possa diventare realtà per decreto.

Alla fine, con questa riforma i Cinque Stelle si dimostrano uguali ai partiti tradizionali che hanno per tanto tempo vituperato energicamente. Si preoccupano di portare acqua al proprio mulino ignorando una delle grandi questioni che da settant'anni azzoppa lo sviluppo del paese.

Massimiliano Palladini

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