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Il coleottero di Visegrad: la vita ostinata nell'orrore della guerra

Il coleottero di Visegrad: la vita ostinata nell'orrore della guerra

L'ultimo romanzo del modenese Simone Zanin che fa seguito ad Arbeit macht frei, edito da Guaraldi nel 2015


2 minuti di lettura

La ricerca della bellezza anche nel mezzo della guerra, dell'orrore della pulizia etnica. L'ostinata ricerca di un rifugio che protegga dall'abisso della follia umana perchè 'nel massimo fuorore della guerra, con intorno solo desolazione e morte, con il cuore pieno di lacrime per la distruzione della memoria di una città, di una nazione, di un popolo, in quel momento di lutto disperazione e sconfitta, ancora poteva esistere uno sguardo di innocenza e di pace'.

E' questa una delle tante chiavi di lettura possibili dell'ultimo romanzo del modenese Simone Zanin che fa seguito ad Arbeit macht frei, edito da Guaraldi nel 2015.
'Il coleottero di Visegrad' edizioni Arpeggio Libero, è ambientato nella Sarajevo assediata del 1992. Il protagonista è Goran Focak, ex capitano dell'Armata popolare jugoslava. Per tutti è Buba: il coleottero. Come i coleotteri Goran frequenta la morte per rinnovare la vita: il suo compito è recuperare cadaveri per le strade, sotto il tiro dei cecchini, curandone poi la preparazione per il funerale. Valutavamo i tempi, la direzione dalla quale era arrivato il proiettile, il rischio, poi ci buttavamo in maniera coordinata a raccogliere chi era rimasto in mezzo alla strada e lo portavamo al coperto.
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Non avevamo paura di morire, non temevamo nulla in quei momenti.


Ma la morte, nel racconto di Zanin, si intreccia con il desiderio di vita e di amore. Di una vita che fiorisce con forza nonostante tutto, nella maestosità di una cattedrale dove trovare qualche attimo di pace, nella pioggia pesante di un temporale improvviso o nell'amore di una donna. Eravamo vivi e dovevamo vivere: era inutile morire in anticipo. Non pensavamo alla fine, godendo ogni istante dell'ultimo momento di vita che ci veniva concessa, facendo l'amore, mentre intorno si continuava a morire. Era il nostro modo di confermare a noi stessi che stavamo sopravvivendo.

Giuseppe Leonelli
Foto dell'autore

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