Bruno, potresti contestualizzare la situazione legata a questo incredibile file audio del 1967? Dove eravate, con chi eri e come mai vi trovavate in quel posto?
'Oh, è una storia un po' lunga. Questo è un contesto immediatamente politico, perché eravamo nel '67, e si può dire che il '68 per me è cominciato un po' prima. Ci trovavamo all'Osteria da Luigi, a Ramo di Secchia, vicino Modena. Era un posto fantastico, il più bello di Modena per me, gestito da Luigi e sua moglie in una vecchia casa, dove andavamo la domenica e c'erano sempre 60-70 persone. Lì venivano i pescatori del Secchia, Luigi faceva i tortellini, friggeva il pesce. Era un luogo meraviglioso che abbiamo scelto per le registrazioni'.
Qual è stato il tuo percorso politico e culturale che ti ha portato a questo punto nel 1967?
'Vengo dal PSI, e già dalla seconda metà degli anni '50, dopo il XX Congresso e l'Ungheria, c'era fermento. Nel PSI c'era una componente che per me era la più importante e interessante, che passava attraverso il giornale 'Mondo Nuovo', il cui direttore, Libertini, proveniva da un organismo socialista indipendente e non stalinista. Questo mi ha fatto scoprire un mondo socialista più in ricerca. Nel '62 è arrivata la rivista 'Il nuovo canzoniere italiano', che fu per me una grande scoperta perché ero scettico verso la colonizzazione dell'industria musicale americana e inglese, che vedevo come un'invasione'.
Qual era il 'retroterra' del Nuovo Canzoniere Italiano e perché lo hai trovato così significativo?
'Il retroterra era Ernesto De Martino. Mentre gli intellettuali della sinistra avevano una visione univoca della storia, De Martino andava a scoprire i 'subalterni', facendo ricerche al sud e anche in Emilia, come nel saggio 'Il folklore progressivo emiliano', scoprendo le vere classi popolari. Anche se molti lo classificano come antropologo, De Martino era un politico, segretario della Federazione PSI di Bari, e la sua ricerca mi ha permesso di scoprire me stesso, guardando con l'occhio del subalterno quale sono.
Come si è concretizzata la tua collaborazione con Gianni Bosio in questa ricerca sul canto popolare?
'Ho continuato a seguire queste cose anche quando ero militare a Torino nel '64, dove ho conosciuto il Cantacronache, come Fausto Amodei e Michele Straniero. Il Cantacronache, nato negli anni '50, si proponeva ingenuamente di fare l'anti-Sanremo. Dall'incontro con il Cantacronache si arriva a Gianni Bosio. Bosio e De Martino si trovano perché, con la nascita del Nuovo Canzoniere nel '62, Bosio ha sostenuto che non si inventava nulla di nuovo, perché esisteva già un repertorio immenso. Così è iniziata la ricerca, con un interesse primario per le canzoni e le forme espressive del mondo popolare'.
Al tuo ritorno dal militare, hai fondato il Circolo di Cultura Popolare 'Fermo Melotti'. Puoi raccontarci di questa iniziativa?
'Sono tornato dal militare nel '65 con l'idea di creare un canzoniere popolare e un circolo culturale legato a questa nuova ricerca.
Qual era l'obiettivo del convegno di Modena del luglio 1967 sulle fonti orali?
'Nel luglio del '67, abbiamo organizzato un convegno sulle fonti orali. L'idea era di avviare una ricerca generale sulla storia di Modena, ma focalizzata sulla storia delle classi, dei vari componenti della società, quindi la storia dei subalterni, che all'epoca non era contemplata dalla 'società di storia patria'. Eravamo un po' ambiziosi, io ero 'analfabeta' e non studente, ma quel suggerimento ha condizionato la mia formazione culturale, il mio approccio alla storia'.
Quali erano le differenze di approccio tra il vostro circolo e altri gruppi simili, come il 'Canoniere delle Lame' di Bologna, emersi dal convegno?
'Al convegno erano presenti anche persone da Bologna, come Janna Carioli e Franco Ginestri del 'Canoniere delle Lame'. Loro, in un'osservazione scritta lasciata al convegno, affermarono che l'incontro era stato interessante ma che i loro interessi erano meno complessi, volendo semplicemente formare un gruppo che cantasse, e lo fecero. Per noi, invece, era l'inizio di una ricerca critica verso la pratica e la cultura politica della sinistra dell'epoca. Per loro, era 'troppo complicato', interessavano solo le canzoni'.
Come descriveresti Modena in quel periodo, alla vigilia del '68? Era una città culturalmente attiva o dominata da tensioni politiche?
'A me dispiace, Modena non è mai stata un luogo molto creativo. C'erano due 'chiese': i cattolici e il PCI. Il PCI controllava la creatività e non permetteva nulla che non fosse in linea con i suoi dettami, e i cattolici controllavano l'altra parte. Questo, secondo me, ha causato un grande danno. Noi, con il nostro convegno sulle fonti orali, abbiamo rotto con il PCI proprio nel '67'.
Puoi raccontarci l'episodio del concerto al Palazzo dello Sport e la reazione del PCI alla canzone '9 Maggio' di Ivan della Mea?
'Dopo il convegno, le edizioni del Gallo e i Dischi del Sole lanciarono una nuova collana di 45 giri chiamata 'La linea rossa', pensata come 'volantini sonori'. Organizzai un concerto al Palazzo dello Sport con 'La linea rossa', ma dovetti usare stratagemmi per raccogliere fondi, vendendo biglietti invito a sindacati, PCI, PSI, PSUP e cooperative. C'era una canzone di Ivan della Mea, '9 Maggio', che non piaceva al PCI perché era polemica contro le nuove tendenze. Il segretario del comitato cittadino, partecipò con 150.000 lire a condizione che quella canzone non venisse cantata. Nonostante la mia indifferenza, a fine concerto, Masetti e Bruno Bigi tornarono sul palco e cantarono '9 Maggio', scatenando la reazione del segretario che dichiarò 'Non ti devo niente'. Questo dimostrava che l'ambiente favoriva tali conflitti'.
Qual è stata l'importanza duratura di quel convegno e del vostro approccio alla cultura popolare?
'Quel convegno fu importantissimo per diverse ragioni. Innanzitutto, facemmo due giorni di discussione sull'uso del magnetofono. Le classi popolari non scrivevano, la loro comunicazione era l'oralità, quindi il registratore era il mezzo adatto a fissare la loro espressione. Fu decisivo: tenere conto di ciò che siamo storicamente, del fatto che non sappiamo 'parlare' la lingua convenzionale. Inoltre, la nostra posizione era che le classi popolari non erano 'vasi da riempire', ma potevano essere creative entro i limiti della loro condizione. Andare a registrare canzoni e racconti era dare la parola a chi solo in quel modo poteva esprimersi. Per me è stato fondamentale perché ho scoperto le classi popolari per quello che siamo storicamente: senza ideologie né retorica. Sebbene il lavoro del Nuovo Canzoniere e dell'Istituto De Martino sia stato minoritario, è stato secondo me molto qualificato e importantissimo'.
L'esperienza di Bruno Andreoli rappresenta un capitolo significativo nella storia culturale e politica italiana. Attraverso la riscoperta del canto popolare e l'utilizzo innovativo delle fonti orali, essi hanno offerto una prospettiva autentica sulle classi subalterne, sfidando le convenzioni e le imposizioni ideologiche del tempo. Un'iniziativa di profonda rilevanza, che ha contribuito a dare voce a chi altrimenti sarebbe rimasto inascoltato, tracciando un percorso di ricerca e consapevolezza che influenza ancora oggi il modo di comprendere la storia e l'identità popolare.
Stefano Soranna

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