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Elezioni, e ci ostiniamo a chiamarla democrazia rappresentativa...

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Basterà questa repentina svolta moderata per consentire alla Meloni, una volta vinte le elezioni, di governare serenamente per cinque anni?


Elezioni, e ci ostiniamo a chiamarla democrazia rappresentativa...
Sembra passato un tempo infinito dalle elezioni del 2018 e non sono neppure cinque anni. In mezzo ci sono stati i governi Conte e Draghi, non eletti da nessuno e sostenuti da maggioranze senza capo né coda, una disastrosa gestione della pandemia, tra lockdown e obblighi vaccinali, una guerra NATO-Russia in Europa più o meno entusiasticamente sostenuta da quasi tutto il parlamento, e per non farci mancare nulla un debito pubblico ormai al 160 per cento del PIL, un’inflazione galoppante come mai dagli anni ’80 e una crisi energetica che il prossimo inverno rischia di fermare il paese.

Il mondo insomma si sta trasformando sotto i nostri occhi e rischiamo di restarne travolti, ma il palazzo si sta approssimando alle elezioni del 25 settembre come se nulla fosse cambiato, tutto impegnato nei suoi riti di potere, identici a quelli della prima repubblica, quando almeno l’economia funzionava e la partitocrazia si fondava su forze politiche che avevano una loro storia, una loro cultura politica e una classe dirigente non improvvisata.

In queste estenuanti liturgie elettorali, le priorità non sono rivolte a scongiurare l’imminente recessione economica, ad arrestare senza indugio una guerra sanguinosa nel cuore dell’Europa che si combatte anche con le nostre armi, a fermare la spirale inflazionistica e a impedire che il caro energia travolga famiglie e imprese. Chi più chi meno corresponsabili della situazione in cui hanno portato il paese, nei loro abborracciati programmi i partiti parlano soprattutto d’altro. Per la sedicente sinistra del PD gli irrinunciabili postulati sono la lotta all’omofobia, lo ius solis per gli immigrati e la “transizione energetica”. Il duo Calenda e Renzi di Renew Europe, e con poche variazioni il trio Merloni-Salvini-Berlusconi, del cosiddetto “centrodestra”, puntano sui tagli alle tasse e bonus fiscali, facendo finta d’ignorare che sono tutte promesse scritte sulla sabbia, perché tra non molto la ricreazione europea post pandemia finirà, come finirà la crescita drogata del PNRR e si dovrà tornare a far quadrare i conti con le regole di bilancio lacrime e sangue imposte da Bruxelles.

Questo desolante quadro programmatico rappresenta lo specchio fedele di un sistema in cui i partiti assomigliano sempre più a gusci vuoti, alla deriva in un mare in tempesta. Poco più di un mese fa il segretario del PD Letta pontificava sull’edificazione di un “campo largo” in cui riunire tutte le forze alternative alla “destra populista”. Caduto Draghi, il campo si è fatto subito più ristretto con l’immediata espulsione del Movimento 5 stelle, e poco dopo è fallito miserevolmente anche l’aggancio di Calenda. Così, a presidiare il “campo largo” è rimasto solo il PD con la modesta pattuglia di Fratoianni e degli altri cespugli di sinistra.

Quello che oggi viene chiamato convenzionalmente “centro” ha perso da tempo ogni vestigia della sua nobile storia passata per ridursi a luogo di transumanza politica tra gli schieramenti, nel quale molti cercano di accamparsi in attesa di una sistemazione definitiva. Gli ultimi che in ordine di tempo stanno provando a piantarvi una bandierina sono Calenda e Renzi, personaggi che solo fino a qualche settimana fa si sparavano a palle incatenate, con parole gentili del tipo “la sua politica mi fa orrore” o “sei come il mago Otelma”; pur di raccattare qualche seggio in parlamento, i due si sono riappacificati in un battibaleno, reinventandosi come terzo polo centrista.

E’ un’impresa piuttosto ardua chiamare ancora democrazia rappresentativa un sistema in cui oltre un terzo degli eletti, tra deputati e senatori, ha cambiato disinvoltamente casacca nel giro di quattro anni e non abbiamo dubbi che i nuovi parlamentari proseguiranno impuniti ad alimentare questo mercato delle vacche anche nella prossima legislatura. In altre parole, un elettore su tre che si recherà alle urne il 25 settembre ha la ragionevole certezza che il parlamentare eletto con il suo voto cambierà appartenenza politica nel corso della legislatura.

Sull’altro versante politico della barricata, Meloni, Salvini e Berlusconi hanno trovato agevolmente un’intesa, favorita anche da tutti i sondaggi che danno la coalizione di “centrodestra” abbondantemente in testa nelle intenzioni di voto. Quale sia però l’atout che rende così appetibile questo schieramento non è così facile da comprendere, posta la modestia del programma e la sostanziale condivisione di Lega e FI dell’”agenda Draghi”: FI si è distinta come la forza politica più “draghista” della coalizione, a un’incollatura appena dal PD, e la Lega ha tranquillamente ingoiato tutte le scelte più controverse a partire dall’obbligo vaccinale; e a dire il vero anche FdI, pur non facendosi coinvolgere nella compagine di governo, ha condotto in questi anni un’opposizione tutt’altro che intransigente, che in politichese si potrebbe definire “responsabile”.

Data la concreta prospettiva di essere la prima donna proveniente dalla destra postfascista a diventare presidente del Consiglio, è comprensibile il frenetico impegno profuso dalla Meloni per rendersi politicamente presentabile nei piani alti del potere che conta a Bruxelles e a Washington, e per allontanare il clichè dell’“estrema destra populista” che aleggia su di lei e sul suo partito. Del loro nuovo credo atlantista FdI e Lega hanno dato compattamente prova votando per le sanzioni alla Russia e l’invio di armi all’Ucraina. Affinchè nessuno dubiti della loro nuova ortodossia, i partiti di centrodestra nel loro programma elettorale hanno addirittura inserito un preambolo che assomiglia a un atto religioso di fede: “Italia, a pieno titolo parte dell'Europa, dell’Alleanza Atlantica e dell’Occidente”. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando la Meloni denunciava che l’euro “avvantaggia la Germania e così non funziona”, o da quando Salvini minacciava tout court un ritorno alla lira. Solo l’ottobre del 2021, ospite al congresso di Vox a Madrid, la segretaria di FdI gridava: Yo soy Giorgia, soy una mujer, soy una madre, soy cristiana. Ora la signora cerca prudentemente di prendere le distanze da Orban, troppo putiniano, e da tutti gli altri partiti “populisti” europei, per sottolineare invece il suo nuovo ruolo istituzionale di presidente del partito dei conservatori e dei riformisti europei.

Basterà questa repentina svolta moderata per consentire alla Meloni, una volta vinte le elezioni, di governare serenamente per cinque anni? Sarebbe già difficile in tempi normali, adesso appare una missione quasi impossibile. Negli ultimi trent’anni si sono avute numerose prove dell’anomalia tutta italiana in cui chi vince le elezioni deve passare sotto le forche caudine della cultura egemone nel paese, che trent’anni fa si poteva definire di matrice marxista e oggi semplicemente di conservazione del sistema nella sua vulgata politically correct. Con i suoi capisaldi nei mass media, nella magistratura, nella rappresentanza degli interessi di categoria e corporativi, nel deep state, i guardiani del sistema si sono dimostrati capaci di fare quadrato contro tutti i corpi ritenuti estranei. In trent’anni sono riusciti a cucinare a dovere Craxi e tutti i leader democratici della prima repubblica e poi a fuoco lento Berlusconi, fino a spedirlo ai servizi sociali; e riuscirebbero agevolmente a farlo, con tutto il rispetto, anche con la Meloni.

Purtroppo per lei, il suo autodafé, compresa l’immancabile professione d’antifascismo, è apparso probabilmente troppo tardivo e anche frettoloso. Mantenere la fiamma tricolore nel simbolo significa oggettivamente richiamare la propria filiazione al lontano passato del MSI. Il pericolo fascista ovviamente non c’entra nulla, tantomeno sono legittimati a invocarlo coloro che esaltano le squadracce paramilitari neonaziste di Kiev, ma, per quanto strumentali, sono ovviamente da mettere in conto le violente polemiche che scaturirebbero in Italia e in Europa se e quando la signora farà il suo ingresso a palazzo Chigi. Si può anche stare certi che in caso di vittoria del tripartito il “campo largo” di Letta, impietosamente fallito prima delle elezioni, si ricostituirebbe magicamente un attimo dopo, chiamando a raccolta tutte le “forze democratiche” contro la “destra pericolosa” al governo in Italia.

Neppure è apparsa molto sensata la proposta d’introdurre in Costituzione il sistema presidenziale, che sembra fatta apposta per agitare un drappo rosso davanti alle corna del toro. Come hanno già abbondantemente dimostrato le esperienze passate, le riforme costituzionali sui poteri dello stato sono impraticabili in Italia. Solo un’Assemblea costituente potrebbe porre mano a una riforma di questa portata, ma l’attuale degrado politico-istituzionale del paese la rende evidentemente impraticabile.

Tuttavia, l’ostacolo più impervio e immediato che troverà la Meloni, o chiunque altro dovesse vincere le elezioni, non verrà dai partner internazionali e neppure dai partiti di opposizione o dalla magistratura, ma dall’incombente emergenza economico-sociale, che esploderà tra l’autunno e l’inverno.

Così, esaurito il rito elettorale di prammatica perché si possa affermare che siamo ancora una “democrazia liberale”, ci sono ottime probabilità che si torni a una riedizione di un governo di larghe intese, con o senza Draghi. Il buon Calenda lo ha giù affermato apertis verbis: chiunque vinca, a causa delle “enormi contraddizioni interne” dovrà passare la mano entro sei mesi a un nuovo governo di solidarietà nazionale per riprendere il cammino interrotto “in modo incosciente” e proseguire con l’attuazione dell’”agenda Draghi”. Siamo irreversibilmente entrati nella “democrazia dell’emergenza” e dovremmo farcene una ragione.

Giovanni Fantozzi


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Giovanni Fantozzi
Giovanni Fantozzi
Giovanni Fantozzi, giornalista e storico. Si occupa della storia modenese e in particolare del periodo della Seconda Guerra Mondiale e del Dopoguerra. Tra le sue pubblicazioni:
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