«Artigiana da 20 anni, spero di trovare qualsiasi lavoro e chiudere»
Tra le tante reazioni, una colpisce particolarmente. A scrivere è una donna che racconta di essere artigiana da vent'anni: «E ci credo, aprite una partita Iva da artigiano e poi si capirà il perché chiudono. Io artigiana da 20 anni, spero di trovare qualsiasi lavoro e chiudere il prima possibile». È una testimonianza, naturalmente, non un'indagine statistica. Ma pone una domanda difficile da ignorare. Se a non voler intraprendere un mestiere artigiano fosse soltanto un ragazzo di vent'anni, sarebbe facile ricondurre tutto al cambiamento delle aspettative delle nuove generazioni. Quando però a desiderare di abbandonarlo è chi lo svolge da vent'anni, la questione cambia: quanto è ancora conveniente fare l'artigiano? È il tema che ricorre più frequentemente nei commenti.«Forse perché le tasse ti ammazzano?», scrive un lettore. Un altro sostiene di conoscere artigiani che, sostenendo tutti i costi dell'attività, finirebbero per guadagnare quanto un operaio. Un'altra lettrice contesta direttamente l'idea che essere artigiani sia necessariamente redditizio.
Non sono numeri e vanno trattati per quello che sono: opinioni ed esperienze personali. Ma raccontano una percezione diffusa del lavoro autonomo, fatto non soltanto di ciò che viene fatturato, ma anche di contributi, imposte, assicurazioni, commercialista, mezzi, carburante, attrezzature, adempimenti e rischio d'impresa.
Il ricambio generazionale rallenta davvero
Dall'altra parte del dibattito ci sono gli artigiani che raccontano la difficoltà di trovare giovani disposti a imparare il mestiere. Uno ricorda di essere andato a raccogliere pere appena diplomato e sostiene che oggi molti ragazzi non sarebbero disponibili agli stessi sacrifici. Un altro afferma che i giovani preferirebbero «una scrivania con internet e cellulare» ai lavori manuali. Anche queste sono generalizzazioni che non possono essere assunte come spiegazione del fenomeno. Ma un problema di ricambio generazionale emerge effettivamente dai dati. Secondo Infocamere e Camera di Commercio di Modena, alla fine del 2025 le imprese guidate da under 35 in provincia erano 5.094, in diminuzione dello 0,5% rispetto all'anno precedente. Ancora più significativo è il movimento in entrata e in uscita: le nuove iscrizioni giovanili sono diminuite del 7,3%, mentre le cessazioni sono aumentate del 3,6%.E il calo non è uniforme. Tra gli under 35 le imprese manifatturiere sono diminuite del 4,7% in un anno e quelle delle costruzioni dell'1,1%. Crescono invece le attività giovanili nei servizi alla persona (+7,6%) e nei servizi alle imprese (+2%).
Anche la scuola finisce sotto accusa
Nel dibattito dei lettori entra inevitabilmente anche la scuola. Qualcuno la indica senza mezzi termini come responsabile. Più interessante è il commento di chi sostiene che molti ragazzi dopo le medie vorrebbero scegliere percorsi di istruzione e formazione professionale e incontrerebbero invece una forte spinta verso la prosecuzione degli studi tradizionali. Stabilire quanto questo incida sulla crisi dell'artigianato richiederebbe dati specifici. Ma la questione culturale esiste e merita almeno di essere posta. Per molto tempo il percorso liceo-università è stato considerato socialmente più prestigioso rispetto all'apprendimento di un mestiere manuale. Diventare elettricista, idraulico, falegname, meccanico o tecnico specializzato è stato spesso percepito come una seconda scelta anziché come l'acquisizione di una professionalità. Oggi ci troviamo davanti a un curioso rovesciamento: proprio alcune di quelle competenze stanno diventando difficili da trovare. E non basta decidere improvvisamente che servono. Un bravo artigiano non si forma in qualche settimana. Servono studio, pratica, esperienza e soprattutto qualcuno disposto a trasmettere il mestiere.Meno artigiani, più «tuttofare»?
Un'altra osservazione comparsa nel dibattito merita attenzione: mentre diminuiscono gli artigiani qualificati, secondo alcuni lettori aumenterebbero i «tuttofare a prezzo economico». Anche in questo caso non abbiamo elementi per quantificare il fenomeno e sarebbe sbagliato trasformare una percezione in un dato. Ma la questione posta è reale: quanto pesa la concorrenza irregolare su chi svolge la propria attività rispettando tutte le regole? Un'impresa regolare sostiene contributi, assicurazioni, formazione, attrezzature, mezzi, obblighi fiscali e amministrativi. Chi opera totalmente o parzialmente nel sommerso può evidentemente proporre prezzi diversi. E questo introduce un altro possibile paradosso: rendere sempre più oneroso lavorare nella legalità può finire per ampliare lo spazio economico di chi opera fuori dalle regole.La domanda che resta
Il dibattito nato dal nostro articolo non consente di stabilire una causa unica della diminuzione degli artigiani modenesi. Semmai dimostra quanto sarebbe semplicistico cercarne una sola.Ci sono il peso fiscale e contributivo e i costi dell'attività. Ci sono la burocrazia e le responsabilità. C'è la difficoltà di trovare personale. Ci sono le aspettative dei giovani, ma anche le condizioni economiche che vengono loro offerte. Ci sono scuola e formazione. E c'è una trasformazione profonda del tessuto imprenditoriale. I numeri, intanto, continuano a raccontare un territorio che perde imprese: in dieci anni la provincia di Modena ha registrato 5.233 imprese in meno, pari a un calo del 7%. E rallenta anche la presenza imprenditoriale dei più giovani. Forse, allora, il dibattito dei lettori ci suggerisce di rovesciare la domanda. Non chiediamoci soltanto perché un ragazzo oggi non sogni di diventare elettricista, idraulico, meccanico o falegname. Chiediamoci anche perché una donna che quel percorso lo ha scelto e fa l'artigiana da vent'anni arrivi a scrivere pubblicamente di sperare di trovare «qualsiasi lavoro» pur di poter chiudere. Per capire davvero perché Modena ha perso 1.252 artigiani, probabilmente bisogna partire anche da qui.
B. Lazzari




