Gli investigatori del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria hanno individuato una rete di imprese, tutte amministrate da cittadini cinesi (alcuni dei quali risultati irreperibili, soggetti nullatenenti o lavoratori dipendenti di altre imprese cinesi), che benché eseguissero redditizie prestazioni di confezionamento di capi di abbigliamento per conto di note società italiane operanti nel distretto dell’alta moda tra le province di Bologna e Firenze, non effettuavano alcun versamento di imposte e di contributi previdenziali, omettendo il più delle volte di presentare direttamente le dichiarazioni fiscali.
I successivi approfondimenti hanno portato alla luce come il complesso meccanismo evasivo si articolasse su più livelli e contemplasse anche più pericolose condotte di autoriciclaggio, necessarie ai tre imprenditori cinesi per ostacolare l’accertamento dell’origine illecita delle somme di denaro provenienti dai reati di omessa dichiarazione, dichiarazione fraudolenta mediante l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti e sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte. Il denaro così ripulito poteva essere reimpiegato in attività economiche, finanziarie e imprenditoriali.
In particolare le imprese cinesi, dopo aver eseguito i lavori per conto delle note società italiane operanti nel distretto della moda e aver incassato i pagamenti a fronte delle fatture emesse, provvedevano ad abbattere i ricavi (quindi il carico fiscale) grazie all’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti per circa 6 milioni di euro: queste fatture venivano emesse da 4 società, formalmente intestate sempre a prestanome di origine cinese e rivelatesi delle vere e proprie “cartiere”.
La ricchezza illecita così generata veniva successivamente distratta dai tre imprenditori cinesi mediante sistematiche operazioni di svuotamento dei conti correnti aziendali, realizzate effettuando, in assenza di qualsiasi giustificazione commerciale, plurime operazioni di trasferimento di denaro, per oltre 2,6 milioni di euro, verso altre imprese, sempre riconducibili ai predetti indagati ed utilizzando semplicemente la liquidità incassata nel sistematico acquisto, per oltre 9 milioni di euro, di beni di lusso, quali orologi di noti brand di alta gamma oltre che borse e accessori delle più blasonate marche dell’alta moda.
Questa ben congeniata e collaudata attività di “ripulitura” del denaro permetteva ai tre imprenditori cinesi di reinvestire le somme illecitamente accumulate in ingenti e variegati investimenti nel settore finanziario, in quello immobiliare oltre che imprenditoriale.
Sequestrati 63 orologi riconducibili a notissimi brand, tra cui Rolex, Audemars Piguet, Patek Philippe, per un totale di quasi 2 milioni di euro, 117 borse di lusso tra cui 26 Hermes del valore di circa 500 mila euro, 2 autovetture e 6 appartamenti ubicati tra le provincie di Bologna e Milano.



