Sono passati esattamente tre anni. Era l'11 aprile 2019 quando Julian Paul Assange veniva incarcerato nella prigione inglese di Belmarsh in attesa della possibile estradizione negli Stati Uniti per le accuse di cospirazione e spionaggio.
In America, dove gli si dà la caccia da oltre un decennio, al cofondatore di WikiLeaks viene contestato infatti non solo il presunto reato di complicità nell'hackeraggio dell'archivio del Pentagono, ma anche un'accusa di violazione della legge Usa sullo spionaggio inedita in un caso di pubblicazione di documenti riservati sui media. Di qui le denunce di sostenitori, attivisti dei diritti umani legati all'Onu e di associazioni come Amnesty International o Reporters Sans Frontiers contro quella che da molti viene ritenuta una forma di persecuzione, di vendetta politica, oltre che di minaccia alla libertà d'informazione giornalistica.
Nella prima mattinata dell'11 aprile 2019 l'Ecuador acconsentì infatti ad agenti della polizia metropolitana di Londra di entrare in Ambasciata e prelevare Assange contro la sua volontà, senza rispettare il fatto che egli era in possesso della cittadinanza di quello Stato. Trascinato a forza fuori dall'Ambasciata, dopo l'arresto venne prima condotto davanti al giudice Michael Snow e successivamente in carcere.
Il 5 gennaio 2021 la giustizia inglese ha negato l'estradizione di Assange per motivi di natura medica, ma il 10 dicembre 2021 l'Alta corte di Londra ha ribaltato la sentenza che negava l'estradizione. Un ulteriore passo verso la consegna di Assange ai tribunali americani avviene il 14 marzo 2022: la Corte Suprema del Regno Unito ha respinto il ricorso presentato dai legali dell'australiano, lasciando l'ultima decisione al ministro dell'interno Patel.
Caso Assange, da tre anni il capo di WikiLeaks è in carcere
Il 14 marzo la Corte Suprema del Regno Unito ha respinto il ricorso presentato dai legali dell'australiano, lasciando la decisione al ministro dell'Interno
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