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‘Il Dr. De Donno testimone di verità oltre la vita’

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Barbara Moretti, medico modenese, ha lavorato con lui a Mantova: ‘La sua eredità? Vivere il senso del nostro lavoro. Per le case farmaceutiche era un ostacolo'


‘Il Dr. De Donno testimone di verità oltre la vita’
La Dottoressa Barbara Moretti, medico oculista modenese, nel suo servizio in ospedale a Mantova, ha conosciuto direttamente e ha lavorato a stretto contatto con il Dr. Giuseppe De Donno. Durante la prima ondata della pandemia, rientrata l’estate scorsa, si era messa a disposizione, insieme ad altri colleghi medici, per fronteggiare l’emergenza.

Dottoressa Moretti, lei ha lavorato con il Dott. De Donno. Che ricordo ha?

“Ho il ricordo di un uomo fiero e onesto, di un medico al servizio dell’umanità che nei giorni e nelle notti in cui ondate di pazienti si riversavano nel pronto soccorso del Poma non smetteva di prodigarsi con fierezza e abnegazione allo stremo, dando fondo a tutte le sue capacità di giudizio e sintesi clinica per salvare delle vite umane, una sintesi di quelle doti umane e professionali di cui personaggi come ad esempio la signora Lucarelli non hanno evidentemente mai assaporato neanche le briciole”


Il dott. De Donno è stato al centro della cronaca in piena pandemia per avere portato avanti, con straordinari risultati, la terapia con plasma iperimmune. Per questo ha ricevuto molti riconoscimenti ma anche diverse critiche. Soprattutto dalla scienza ufficiale. A Modena abbiamo verificato che la terapia con plasma iperimmune è stata abbandonata. Lei che idea si è fatta?

“Parto dal racconto di una delle notti più drammatiche. Ricordo il genuino entusiasmo con cui mi raccontò di quella notte in cui contò cento pazienti arrivati nel Pronto Soccorso del Carlo Poma, l’ospedale di Mantova, le cui condizioni precipitavano in un batter d’occhio, passando dalla compensazione alla necessità di intubazione e di supporto delle funzioni vitali. Fu la stessa notte in cui lui e i colleghi mantovani, tra i quali immunoematologo, infettivologo e intensivista, e i loro omologhi di Pavia, furono colti nella disperazione dall’intuizione clinica di impiegare il plasma convalescente, con risultati salvifici. Ricordo la fiera perseveranza di chi vuole assolutamente spendersi per salvare vite umane contro chi non capisce o cerca di silenziarlo fingendo di non capire” .

Era preoccupato del clima di ostilità che anche in ambito scientifico si era creato intorno alla terapia con plasma iperimmune?

“Lui era un grandissimo ostacolo per le case farmaceutiche che da un lato devono guadagnare coi vaccini, dall’altro puntano su profitti con gli anticorpi monoclonali. Non potevano accettare che un medico promuovesse una cura efficace per molti casi a costo quasi uguale a zero, ovvero circa 90 euro a sacca, tutto compreso”

Come lei ha condiviso questa esperienza con il Dr. De Donno?


“Durante la cosiddetta prima ondata’ della pandemia molti medici che come me appartenengono nell’attività ordinaria ad altre specialità si sono volontariamente impiegati in attività correlate all’emergenza Covid. È stata un’esperienza umanamente inenarrabile di cui ho potuto fruire anche io, lavorando per l’azienda mantovana . Quotidianamente avevo rapporti col Dr. De Donno che era il Direttore del reparto di pneumologia e terapia intensiva respiratoria dell’ospedale “Carlo Poma” di Mantova e che pazientemente mi ragguagliava sulla situazione nei reparti”

Già lo scorso anno il Dr. De Donno lavorava per dare vita, a Mantova, ad un centro di ricerca etico, un centro indipendente dalla case farmaceutiche con il compito di proseguire subito la ricerca sul plasma e in futuro ad altre ricerche in campo clinico. A Modena, dal suo punto di vista, anche politico visto che lei è anche consigliere comunale, come era la situazione?

“Si, il suo grande sogno era la realizzazione di un centro di ricerca etico che estendesse il suo spettro di ricerca a tutte le malattie rare trasmissibili e non. Per quanto riguarda Modena io rimanevo semplicemente basita e letteralmente interdetta quando tutte le volte che in consiglio comunale o in Commissione Servizi accennavo all‘impiego del plasma convalescente o iperimmune nella terapia di pazienti che possedevano i criteri clinici di inclusione, oppure nel suo possibile impiego nei pazienti anziani della Cra, sembrava che parlassi di fantascienza o di qualcosa di non validato, quando notoriamente parliamo di un presidio che ha salvato vite tra cui quella di una giovane primipara mantovana, la donna che ha dato sala luce Vittoria per intenderci. Stiamo parlando di un presidio che nel giro di 48 ore aveva fatto virare in meglio le condizioni del 99 per cento dei pazienti in cui era stato impiegato, da critiche con prognosi riservata a dimissioni al domicilio. Alcuni pazienti avevano già fatto testamento che conosco di persona e che sono tornati alla vita”.

Crede si sentisse isolato?

“Quando lo frequentavo io non era preoccupato. Era si stressato e sotto pressione ma sempre ultradeterminato nell’andare avanti nella sua missione e ad onorare quel giuramento che convinti abbiamo fatto quando siamo stati proclamati medici chirurghi al servizio dell’umanità sofferente.

Quale è l’eredità che lascia il Dott. De Donno?

“Ci lascia in eredità l’amore per la verità che va oltre alla stessa vita. Lascia in eredità il suo entusiasmo e la sua determinazione, la determinazione di profondere ogni giorno tutte le nostre forze e le nostre tensioni morali e intellettuali al servizio degli altri perché è questo che avevano in mente quando abbiamo scelto per la vita questa professione, con la fierezza di chi prima di dormire è tranquillo perché questo ha visto nello specchio che ne ha riflesso l’immagine”

Gi.Ga.



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