Erio Castellucci ha richiamato una delle priorità individuate dal cammino sinodale nazionale: la “formazione al futuro”. Ma per formare al futuro, ha osservato, occorre prima riconoscere che il presente non regge più. Da qui è partita la parte più forte della sua analisi: il modello catechistico che ha accompagnato generazioni di italiani oggi non funziona più, non perché sia sbagliato in sé, ma perché è crollato il mondo che lo sosteneva.
Castellucci ha ricordato che quel tipo di catechesi, organizzata in solitamente in un’ora settimanale, in stile scolastico e in linea col calendario scolastico, funzionava in un contesto sociale completamente diverso. “Un tempo”, ha detto, “c’era l’alleanza tra famiglia, scuola e parrocchia”. Le famiglie riconoscevano la parrocchia come riferimento educativo, la parrocchia stessa era luogo di relazioni, di aggregazione, di attività sportive, e la scuola non era in contraddizione con il linguaggio religioso.
Oggi quell’ecosistema di comunità non esiste più. La comunità non è più cristiana in senso sociologico; la parrocchia non è più il centro della vita sociale; le famiglie vivono ritmi frammentati; la scuola parla un linguaggio diverso; lo sport e le attività extrascolastiche sono affidati a realtà specializzate. In questo scenario, la catechesi tradizionale rimane sospesa, percepita come un impegno tra i tanti, da molti genitori vissuta come un parcheggio dei bambini. Il risultato è evidente: una catechesi che incide poco, 'che non tiene più' - afferma testualmente Castellucci, con ragazzi che dopo la Cresima, che viene vissuta anche nelle forme come un commiato, come la fine di un percorso anziché un passaggio, scompaiono, insieme a contenuti che si dimenticano, se non vengono rimossi. Sacramenti vissuti come traguardi più che come passaggi di vita. Analisi cruda, netta, come lo è quando parla di 'domande reali a cui non rispondiamo più”.
Proprio da questa analisi nasce la proposta dell’Arcivescovo, un invito a una 'Chiesa in uscita' e a 'un nuovo paradigma dell’iniziazione cristiana'.
L’arcivescovo ha richiamato l’esempio delle prime comunità cristiane, che nelle case vivevano 'le quattro dimensioni dell’Annuncio, dell’unione fraterna, della frazione del pane e della preghiera'.
Una comunità che non delega tutto a una catechista, ma si riconosce soggetto della formazione; una Chiesa che non teme di mostrarsi con i suoi limiti, perché solo così può essere credibile.
Una chiamata a ripensare radicalmente la pastorale. Da qui l’apertura a nuovi strumenti, anche digitali, esigenza emersa dal Sinodo. Al termine dell'appuntamento è stato presentato dalla Regione ecclesiastica dell'Emilia Romagna nel quale interfacciarsi e fare interagire le varie parrocchie per agevolare una formazione dinamica, come dovrà esserlo la catechesi stessa.
Gi.Ga.



