Era l’aprile 2018, quando scoppiò ufficialmente lo scandalo dei “Diamanti” alla Fondazione Cassa di Risparmio di Mirandola, a seguito di un blitz della Guardia di Finanza, probabilmente originato da una segnalazione interna.
Il presidente dell’epoca, Giovanni Belluzzi, da sempre in orbita Pd - area Margherita, venne accusato di aver promosso un’operazione finanziaria estremamente spregiudicata, che coinvolse circa 7,9 milioni di euro del patrimonio della Fondazione e, di conseguenza, dei mirandolesi.
In sostanza, Belluzzi si sarebbe fatto autorizzare a gestire una quota di investimenti ad personam, decidendo autonomamente di destinarla a una società operante nel commercio di diamanti. L’operazione fu proposta personalmente dall’allora presidente ai vertici della Fondazione, avvalendosi di contratti e consulenze di presunti esperti esterni che, successivamente, si rivelarono sospetti o addirittura falsi.
I fondi vennero quindi trasferiti dai conti della Fondazione attraverso una complessa rete di circuiti finanziari internazionali — Romania, Croazia, Slovenia, Cipro, Malta e Svizzera — per poi, alla scadenza dell’investimento, non essere mai rimborsati. Il presidente Belluzzi, su pressione degli organi interni, si dimise subito dopo la scoperta dello scandalo e poi finì a processo, insieme ad altri tre imputati non mirandolesi, per truffa, riciclaggio e autoriciclaggio.
Il tutto avvenne sotto gli occhi di un Consiglio di amministrazione di rilievo, composto anche da diverse personalità spesso legate al Partito Democratico, tra cui l’attuale consigliere di opposizione Anna Greco, mentre il direttore generale di allora, Cosimo Quarta - che in quella vicenda fu in prima linea nel tentativo di contrastare l'azione di Belluzzi -, ricopre ancor oggi lo stesso ruolo.
All’epoca non mancarono reazioni indignate all’interno del consiglio di indirizzo e diverse azioni per chiedere conto al Presidente e al Cda di uno scandalo di quella portata. Anche la politica si mosse, in particolare, Platis di Forza Italia e il Movimento 5 Stelle sollecitarono chiarimenti in Consiglio, costringendo il centro-sinistra a prendere posizione sulla vicenda, definendola lesiva per l’intera comunità e auspicando che la magistratura accertasse tutte le responsabilità.
Per un lungo periodo, in attesa
Un nome, quello di Garuti, tutt’altro che nuovo, già emerso anche negli scandali Amo (dove è stato chiamato dall'amministratore unico Andrea Bosi dopo la sparizione di 515mila euro) e Fondazione Modena dove dal 2021 riveste il ruolo di presidente dell'organismo di vigilanza (i due milioni di euro dal dipendente sedicente ludopatico sono stati fatti sparire a partire dal 2020).
I procedimenti giudiziari, a distanza di quasi 8 anni, sono tuttora in corso; tuttavia, in una fase iniziale, i difensori della Cassa mirandolese commisero un errore sulla competenza territoriale, coinvolgendo il Tribunale di Bologna anziché quello di Modena.
Ad ogni buon conto, le uniche certezze sono che i soldi sono andati persi e che, ad oggi, pur coi processi in corso, nessuno ha pagato.
Nella foto l'ex presidente Giovanni Belluzzi e il segretario generale di allora e di oggi, Cosimo Quarta


