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Secchia e Panaro, 11 rotte in 70 anni

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Lo studio del Prof. Mignosa dell'Università di Parma fotografa l'alta vulnerabilità del territorio modenese e degli argini dei due principali fiumi


Secchia e Panaro, 11 rotte in 70 anni

Se un tempo, soprattutto nei periodi precedenti alla realizzazione delle casse di espansione sia sul Secchia che sul Panaro, il livello dei fiumi, in caso di piene importanti, superava l'altezza degli argini, dando origine a tracimazioni ed esondazioni, oggi, così come negli ultimi 20 anni, grazie all'azione delle casse di espansione (pur adeguate solo per contenere e 'tagliare' piene piccole fino a TR20 sul fiume Secchia e, negli ultimi anni, dal 2012, piene medie TR50 solo per il Panaro), a rendere debole e a rischio alluvione l'intero territorio modenese, sono soprattutto le strutture arginali. Mai realmente adeguate, almeno fino al 2014 anno dell'alluvione di Bomporto e Bastiglia, né ai parametri di una messa in sicurezza rispetto a piene grandi e né rispetto all'adeguamento che sarebbe dovuto seguire la realizzazione delle casse di espansione e al loro (nel caso del Panaro), successivo adeguamento.


Negli ultimi anni, pur per diversi motivi (sul Secchia nel 2014 a causa della presenza di cunicoli scavati da animali fossori e sul Panaro nel dicembre 2020 a causa della fragilità della struttura), a causare i disastri, è stato un unico elemento: il cedimento degli argini. Ma non per tracimazione, ovvero per livello dell'acqua che sfiora, supera l'argine e lo rompe erodendolo dalla superficie superiore, ma per rottura, a seguito di sifonamenti dell'argine stesso. Ovvero infiltrazioni di acqua che, causate da fosse di animali o elementi di debolezza strutturale nell'argine stesso (come nel caso del tratto rotto il 6 dicembre scorso che si è scoperto dalla raccolta di ciò era rimasto e spazzato via dalla forza dell'acqua, costruito con detriti, inerti, scarti di demolizione, vecchie ceppaie), provocano dei sifonamenti, passaggi di acqua spinta della pressione della piena che provocano prima delle falle e poi il collasso dell'argine. Con effetti devastanti.

Elementi chiari nelle analisi dei tecnici, che danno oggettività all'osservazione dei fatti, e che dipingono, per il nodo idraulico di Modena, elementi di preoccupazione (oltre che di responsabilità) che emergono dallo studio elaborato dal Prof. Paolo Mignosa, dell'Università di Parma, e presentato nei giorni scorsi in una videoconferenza organizzata da Emilia-Romagna Coraggiosa e diverse liste di sinistra locali modenesi

Uno studio in cui sono stati riportati i punti in cui gli argini di Secchia e Panaro hanno ceduto (per esondazione o rottura strutturale), nel corso degli ultimi 70 anni. Esattamente 11 quelli in cui si sono verificate rotture che hanno provocato alluvioni. Due quelle concentrate negli ultimi 6 anni. Quella del 2014 sul Secchia, che ha provocato anche la morte di un uomo, ed anormi danni a bastiglia e Bomporto, ha fornito un campanello di allarme per gli amministratori e decisori politici. Solo da quall'anno, dopo quasi trenta anni di sola e comunque scarsa manutenzione, e prevalentemente di superficie, si è iniziato a programmare ed attuare interventi strutturali relativi all'innalzamento degli argini e alla pulizia dell'alveo nei rispettivi tratti, dalle casse di espansione verso e fino al confine regionale, a nord. Tra questi, realizzati negli ultimi anni e più urgenti, quelli che vanno da Ponte Alto (dall'altezza della rotatoria di San Pancrazio, punto tra i più a rischio), al Ponte dell'Uccellino. In ritardo di due anni i lavori nel tratto dal ponte dell'Uccellino in direzione nord, dove gli argini sono stati messi a dura prova durante la lunga piena del 6 dicembre.
Ma l'attenzione agli argini del Secchia, aumentato in conseguenza all'allarme scatenato dalla rotta del 2014, ha lasciato per così dire orfana delle medesime attenzioni l'asta del Panaro dove solo pochi tratti di argine sono stati rialzati e rinforzati. Anche contando sul fatto che l'adeguamento delle casse di espansione del Panaro a piene di livello superiore (TR50) attraverso l'installazione, nel 2012, delle paratoie che hanno reso controllabile direttamente la capacità di invaso, avrebbe contribuito a mantenere ad un livello di sicurezza il livello del fiume a valle della cassa. Come successe il 6 dicembre quando al momento della rotta intorno alle 7 della mattina, il fiume in quel tratto si trovava a circa un metro e mezzo al di sotto della sommità dell'argine. Un livello teorico di sicurezza ma che tale non era, vista la fragilità strutturale di quel tratto di argine. Tratto in cui si sono verificate 5 rotture dal '66 ad oggi: argine che ci si è accorti essere costruito con vecchi materiali di risulta assolutamente inadeguati a garantirne la tenuta in caso di piena, anche piccola.

Elemento che apre uno scenario preoccupante, sia per il Secchia che per il Panaro: se per il primo, negli ultimi 5 anni, si è proceduto ad un parziale adeguamento degli argini nei punti più critici a protezione della città di Modena, partendo da Ponte Alto, non si è proceduto, da trenta anni a questa parte, all'adeguamento della cassa di espansione a piene TR50. Ciò significa che il sistema delle casse di espansione del Secchia (e lo si è visto in occasione delle ultime piene), non dinamico e non controllato dall'uso di paratoie come quello del Panaro, riesce a laminare e a funzionare per piene piccole, ma già per piene più importanti come quella del 6 dicembre, scarica a valle una tale quantità di acqua tali da portarne il livello a meno di un metro (nei tratti più bassi anche a poche decine di centimetri), dalla sommità dell'argine. Se da un lato, sul Secchia, si è iniziato ad investire per l'adeguamento degli argini nulla a poco è stato fatto per l'adeguamento della cassa di espansione

Sul Panaro succede il contrario. Gli investimenti sull'adeguamento della cassa non sono andati in parallelo con quelli per l'adeguamento delle arginature. Un disequilibrio che non cambierà anche nel momento in cui le casse di espansione del Panaro, saranno collaudate (la prima delle tre fasi previste è fissata entro la fine di aprile)

Da qui, in conclusione, tre domande quasi scontate ma rimaste fino ad ora, dalle relazioni tecniche che anche sulla rotta del 6 dicembre si sono susseguite, senza risposta. E' possibile, ad oggi, conoscere la struttura degli argini, al fine di individuare tratti a maggiore rischio come quello ceduto a dicembre? Si, è possibile grazie a strumenti tecnologici e diagnositici d'avanguardia e oggi a disposizione, ma non è stato fatto se non per piccoli tratti.
Poi due domande con relative risposte tratte dallo studio del Prof. Mignosa. Si verificheranno in futuro altre rotte? E' molto probabile. Dove avverrà la prossima rotta? Dove l’argine è più basso (facilmente
identificabile) o più debole (difficilmente identificabile). Difficile, appunto, ma non impossibile

Gi.Ga.


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Redazione La Pressa
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