Negli ultimi anni, pur per diversi motivi (sul Secchia nel 2014 a causa della presenza di cunicoli scavati da animali fossori e sul Panaro nel dicembre 2020 a causa della fragilità della struttura), a causare i disastri, è stato un unico elemento: il cedimento degli argini. Ma non per tracimazione, ovvero per livello dell'acqua che sfiora, supera l'argine e lo rompe erodendolo dalla superficie superiore, ma per rottura, a seguito di sifonamenti dell'argine stesso. Ovvero infiltrazioni di acqua che, causate da fosse di animali o elementi di debolezza strutturale nell'argine stesso (come nel caso del tratto rotto il 6 dicembre scorso che si è scoperto dalla raccolta di ciò era rimasto e spazzato via dalla forza dell'acqua, costruito con detriti, inerti, scarti di demolizione, vecchie ceppaie), provocano dei sifonamenti, passaggi di acqua spinta della pressione della piena che provocano prima delle falle e poi il collasso dell'argine. Con effetti devastanti.
Elementi chiari nelle analisi dei tecnici, che danno oggettività all'osservazione dei fatti, e che dipingono, per il nodo idraulico di Modena, elementi di preoccupazione (oltre che di responsabilità) che emergono dallo studio elaborato dal Prof. Paolo Mignosa, dell'Università di Parma, e presentato nei giorni scorsi in una videoconferenza organizzata da Emilia-Romagna Coraggiosa e diverse liste di sinistra locali modenesi
Uno studio in cui sono stati riportati i punti in cui gli argini di Secchia e Panaro hanno ceduto (per esondazione o rottura strutturale), nel corso degli ultimi 70 anni. Esattamente 11 quelli in cui si sono verificate rotture che hanno provocato alluvioni. Due quelle concentrate negli ultimi 6 anni.
Ma l'attenzione agli argini del Secchia, aumentato in conseguenza all'allarme scatenato dalla rotta del 2014, ha lasciato per così dire orfana delle medesime attenzioni l'asta del Panaro dove solo pochi tratti di argine sono stati rialzati e rinforzati.
Elemento che apre uno scenario preoccupante, sia per il Secchia che per il Panaro: se per il primo, negli ultimi 5 anni, si è proceduto ad un parziale adeguamento degli argini nei punti più critici a protezione della città di Modena, partendo da Ponte Alto, non si è proceduto, da trenta anni a questa parte, all'adeguamento della cassa di espansione a piene TR50. Ciò significa che il sistema delle casse di espansione del Secchia (e lo si è visto in occasione delle ultime piene), non dinamico e non controllato dall'uso di paratoie come quello del Panaro, riesce a laminare e a funzionare per piene piccole, ma già per piene più importanti come quella del 6 dicembre, scarica a valle una tale quantità di acqua tali da portarne il livello a meno di un metro (nei tratti più bassi anche a poche decine di centimetri), dalla sommità dell'argine. Se da un lato, sul Secchia, si è iniziato ad investire per l'adeguamento degli argini nulla a poco è stato fatto per l'adeguamento della cassa di espansione
Sul Panaro succede il contrario. Gli investimenti sull'adeguamento della cassa non sono andati in parallelo con quelli per l'adeguamento delle arginature. Un disequilibrio che non cambierà anche nel momento in cui le casse di espansione del Panaro, saranno collaudate (la prima delle tre fasi previste è fissata entro la fine di aprile)
Da qui, in conclusione, tre domande quasi scontate ma rimaste fino ad ora, dalle relazioni tecniche che anche sulla rotta del 6 dicembre si sono susseguite, senza risposta. E' possibile, ad oggi, conoscere la struttura degli argini, al fine di individuare tratti a maggiore rischio come quello ceduto a dicembre? Si, è possibile grazie a strumenti tecnologici e diagnositici d'avanguardia e oggi a disposizione, ma non è stato fatto se non per piccoli tratti.
Poi due domande con relative risposte tratte dallo studio del Prof. Mignosa. Si verificheranno in futuro altre rotte? E' molto probabile. Dove avverrà la prossima rotta? Dove l’argine è più basso (facilmente
identificabile) o più debole (difficilmente identificabile). Difficile, appunto, ma non impossibile
Gi.Ga.


