Quel giorno don Luigi Ciotti si rivolse a lei: «Noi tutti siamo in debito con te». Poi le fece una promessa: «Denise, te lo abbiamo promesso, non ti lasceremo mai sola».
Tredici anni dopo Denise si è tolta la vita.
Aveva 35 anni. La stessa età di sua madre quando fu uccisa. Non sappiamo perché Denise abbia deciso di morire. La Procura di Velletri ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio contro ignoti e ha disposto l'autopsia. Sarà la magistratura a verificare se dietro quel gesto esistano responsabilità penalmente rilevanti. Nessuno, oggi, può attribuire quella morte alla mafia, allo Stato, a Libera o a chiunque altro. Ma questo non significa che dobbiamo smettere di fare domande. Anzi.
Per anni Denise è stata raccontata come il simbolo perfetto della ribellione alla 'ndrangheta: la figlia della donna assassinata che sceglie lo Stato, testimonia contro il padre e rompe con il mondo dal quale proviene. Tutto vero. Ma Denise non era un simbolo. Era una figlia. Ed è qui che la sua storia diventa terribilmente più complicata di come abbiamo avuto bisogno di raccontarla.
Carlo Cosco era l'uomo condannato per avere fatto uccidere sua madre. Ma per Denise continuava a essere suo padre. Lei lo aveva accusato. Aveva scelto la giustizia. Eppure di quell'uomo arrivò a dire: «Per lui provo solo pena, perché non ha capito cosa ha perso: una famiglia, una figlia, l'amore». Non odio. Pena.
Forse dovremmo partire da qui per comprendere Denise.
Perché è facile stare accanto alla ragazza che testimonia contro il padre mafioso. È molto più difficile accettare la donna che cresce, che cambia, che continua a fare i conti con sentimenti che non rispettano lo schema nel quale l'abbiamo collocata. Le vittime non hanno il dovere di essere coerenti con la narrazione che costruiamo su di loro. Denise aveva persino il diritto di deludere l'antimafia.
Ed è qui che una domanda a Libera diventa inevitabile.
Perché c'è una differenza enorme tra proteggere una ragazza minacciata dalla 'ndrangheta e accompagnare una donna verso la libertà. La prima cosa richiede protezione. La seconda richiede qualcosa di forse ancora più difficile: saperla lasciare andare. Accettare che scelga da sola. Che sbagli. Che ami persone che noi non ameremmo. Che provi sentimenti che noi non comprendiamo.
Che ricostruisca persino rapporti che agli occhi degli altri possono apparire inconcepibili. Che non voglia più rappresentare una causa. Che un giorno possa dire: adesso la mia vita è mia.
È qui che il confine tra protezione e condizionamento può diventare sottile.
E questo interrogativo non riguarda soltanto Libera. Riguarda ogni organizzazione, istituzione o persona che accompagni per anni una vittima e finisca inevitabilmente per occupare uno spazio enorme nella sua esistenza.
Non conosco la risposta.
Ma credo che dopo la sua morte sia impossibile evitare la domanda. Perché dopo la morte di Denise don Ciotti ha ricordato che il suo sogno era sentirsi «finalmente libera e autonoma». Poi ha pronunciato una frase destinata inevitabilmente a pesare: «Scusa! Perdonaci per non essere riusciti a tenerti qui con noi». Quel «perdonaci» non è un'ammissione di responsabilità. Non va trasformato in ciò che non è. Ma neppure può essere archiviato come una delle tante frasi pronunciate davanti a una morte. Perché io ero in quella piazza tredici anni fa.
E ricordo l'altra frase. «Non ti lasceremo mai sola». Tra «non ti lasceremo mai sola» e «perdonaci» ci sono tredici anni della vita di Denise. È di quei tredici anni che oggi bisognerebbe avere il coraggio di parlare. Non per trovare a tutti i costi un colpevole del suo suicidio. Non ne conosciamo le ragioni e sarebbe indegno utilizzare la sua morte per una resa dei conti. Ma nemmeno possiamo consentire che quella morte venga immediatamente assorbita dentro la rassicurante rappresentazione dell'ennesima vittima della mafia. La 'ndrangheta ha devastato la famiglia di Denise. È un fatto.
Ma la mafia non può diventare la spiegazione automatica di tutto, anche di ciò che ancora non conosciamo. Sarebbe paradossalmente un altro modo per togliere a Denise la sua individualità e trasformarla ancora una volta in qualcosa che serve alla nostra narrazione.
Denise negli anni aveva provato a costruire una vita. Aveva un compagno, un bambino e un lavoro. Cercava quella normalità che le era stata strappata quando era ancora adolescente. Forse la vera vittoria sulla 'ndrangheta non sarebbe stata soltanto vedere Carlo Cosco condannato all'ergastolo. Sarebbe stata vedere sua figlia smettere, finalmente, di essere la figlia di Lea Garofalo, la figlia di Carlo Cosco, la testimone di giustizia, il simbolo dell'antimafia. Semplicemente Denise.
Perché chi fa antimafia deve avere il coraggio di interrogare il potere, ma deve avere anche quello, molto più difficile, di interrogare se stesso. E forse questa volta il modo più rispettoso di salutare Denise è non trasformarla ancora una volta in un simbolo. Restituirle almeno adesso ciò che aveva cercato per tutta la vita. Il diritto di essere libera, anche da noi.
Cinzia Franchini
Foto Italpress


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