Conta poco invece il ribasso sul volume d’affari a 250.000 euro. E sulle cauzioni, poche migliaia di euro. La barriera vera non è qui. Mentre il resto resta immutato: apertura obbligatoria almeno sei giorni a settimana, compresa la domenica; locale sempre aperto durante gli spettacoli teatrali, da mezz’ora prima a mezz’ora dopo; arredi e illuminazione a carico del concessionario, da realizzare in coerenza con il progetto già approvato; progetti di dehor e finiture da sottoporre al vaglio della Soprintendenza, con prescrizioni perfino sui materiali e sulla loro reazione al fuoco. Tutto legittimo, certo. Ma il rischio resta interamente in capo al gestore.
E viene da chiedersi: perché il Comune, in tutti questi anni di chiusura, non si è almeno adoperato per progettare un dehors gradito alla Soprintendenza? Ancora meglio se in poche varianti già autorizzate, così da offrire al mercato un pacchetto completo e non una rogna inestricabile. Perché chi entra, dovendo attendere i tempi della Soprintendenza, dopo quanto potrà ragionevolmente essere operativo anche all’esterno? A questo si aggiunge un altro fattore: in una piazza spesso semideserta e malfrequentata, specie dopo certi orari, investire tempo e risorse per tenere vivo un locale diventa ancora più complesso. Non basta abbassare il canone: serve creare le condizioni perché la piazza sia davvero vissuta.
E allora la domanda è semplice: basterà il taglio del canone per rendere il bando appetibile? Ci sarà qualcuno disposto a vedere nel Caffè del Teatro non solo una sfida imprenditoriale rischiosa, ma anche un investimento simbolico, un modo per legare il proprio nome a un luogo iconico della città? Se sì, bene. Altrimenti, nemmeno con il canone ribassato si riuscirà a trovare un gestore.
Magath
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