L’altra notizia è stata che Vladimir Putin è ormai in fin di vita, operato d’urgenza con trapianto di midollo osseo per salvarlo dalla leucemia, mentre l’Armata Rossa si sfalda, ha già perso sul campo circa 27 mila uomini per conquistare nulla, i soldati non hanno più da mangiare e da sparare. E’ il momento per mandare armi ancora più pesanti a Kiev, così che finisca la guerra con la sconfitta della Russia e, di conseguenza, la vittoria dell’Ucraina. Ormai certi “giornaloni” non pubblicano più notizie, ma i desideri. Putin compare in pubblico, insieme ai presidenti di quella che potrebbe essere considerata l’Alleanza dell’Est; rifiuta l’aiuto militare della Bielorussia dicendo che, pur incontrando delle difficoltà, basta l’esercito russo e l’operazione speciale si fermerà quando tutti gli obiettivi saranno raggiunti. In contemporanea scoppia il caso dell’acciaieria di Mariupol, colpita quotidianamente con bombe regolari e irregolari. Reparti dell’esercito ucraino e del battaglione Azov, insieme a un cospicuo numero di civili che non hanno voluto o potuto uscire dai sotterranei, diffondono messaggi video dove chiedono aiuto persino al Papa per salvarsi la vita e nello stesso momento dichiarano che non s’arrenderanno mai e moriranno armi in pugno.
In ultimo, Erdogan s’oppone all’ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO, se non gli consegnano dei rifugiati politici del PKK che lui giudica terroristi, o l’America non apre di nuovo il portafoglio. La Turchia e il suo Presidente stanno insegnando a tutti i vari Super Mario, Super Emmanuel e la superissima Ursula come ci si muove in campo internazionale. Erdogan non ha voluto aderire alle sanzioni e ospita tutte le triangolazioni economiche delle industrie europee, comprese le nostre, che vogliono comprare o vendere beni in Russia. Naturalmente questo servizio non è gratuito. Non regala armi a Kiev ma le vende a prezzo di mercato, come i famosi droni Bayraktar e c’è da scommettere che anche il “SI” a Svezia e Finlandia avrà il suo prezzo, perché c’è d’avere qualche dubbio sul fatto che Svezia e Finlandia cedano al ricatto.
A ciò si aggiunge il freno a mano tirato dalla Germania e dalla Francia per l’ingresso rapido dell’Ucraina in Europa e per un semplice motivo: chi paga?
Sulla base di tutto ciò, s’apre un piccolo spiraglio di negoziato. Evviva! Le Borse frenano, l’indipendenza dal gas e dal petrolio russo si raggiungerà, forse, alla fine del 2024, ma siamo ancora nel 2022...; nel nord Africa stanno esaurendo le scorte di grano e cereali che provenivano proprio dall’Ucraina e, a partire da giugno, la conseguenza sarà un esodo biblico di egiziani e magrebini verso l’Europa e le nostre coste. Come se non bastasse, ci si mette anche la natura con la siccità e l’agricoltura che già oggi ha perso il 30 per cento della produzione. A Washington, e non solo, si sono accorti che l’esercito russo non sarà un fenomeno come s’immaginava, ma sono gli irriducibili del battaglione Azov ad essersi arresi; se non si vuole strozzare l’economia, si deve continuare a comprare gas russo e accettare il giochino del cambio euro/rublo per mantenere viva la moneta di Mosca oggi ai suoi massimi livelli; le sanzioni fanno più male a noi che a Putin per il semplice motivo che la Russia abbonda di tutte le materie prime e da tempo si è resa non dipendente da altri. Siamo noi che abbiamo bisogno di lei e non il contrario.
Le guerre, tutte le guerre, si combattono per ragioni economiche e, in questo caso specifico, sarà proprio l’economia a chiudere quella in Ucraina e a ristabilire la pace e non le armi. Camminavamo già gobbi prima del 24 febbraio a causa del Covid e, alla fine, possiamo essere anche generosi a parole, ma quando si tocca il portafoglio dei cittadini e il consenso ai partiti precipita, tutto si rimette in discussione.
Massimo Carpegna
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