Il punto di convergenza delle indagini svolte dall’Arma dei Carabinieri e dalla Polizia di Stato è rappresentato da Sarcone Grande Giuseppe, gravemente indiziato di essere uno degli attuali vertici dell’associazione di matrice ‘ndranghetista operante in Emilia. Si tratta dell’ultimo fratello rimasto in libertà dei noti Sarcone Nicolino, Gianluigi e Carmine, già arrestati e condannati come esponenti della ‘ndrangheta emiliana nell’ambito dell’operazione Aemilia.
Il progetto investigativo ha consentito di documentare le condotte di 29 soggetti, i 10 destinatari delle misure cautelari e altri 19 indagati, diversi dei quali colpiti da provvedimento cautelare reale, ritenuti gravemente indiziati di reati quali l’appartenenza ad associazione di tipo mafioso, finalizzata, tra l’altro, all’attività di recupero credito di natura estorsiva e al trasferimento fraudolento di valori mediante l’attribuzione fittizia della titolarità o disponibilità di denaro, beni o altre utilità, al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali, ovvero di agevolare la commissione dei delitti di riciclaggio e di reimpiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, anche tramite falsità ideologiche in atti pubblici commesse da pubblici ufficiali e da privati.
In particolare, i Carabinieri di Modena, partendo, dalle risultanze investigative di Aemilia e Grimilde, ha sviluppato l’attività investigativa facendo luce sulla figura di Sarcone Grande Giuseppe, rimasto fino a quel momento a margine delle investigazioni e delle sentenze emesse all’esito dei noti processi che hanno visto invece condannati gli altri tre fratelli Nicolino, Gianluigi e Carmine, tutt’ora detenuti per associazione di tipo mafioso.
L’indagine ha permesso di accertare come Sarcone Grande Giuseppe, per il tramite di prestanome, abbia di fatto gestito attività economiche nelle province di Modena e Reggio Emilia (sale scommesse, officine meccaniche, carrozzerie, società immobiliari) nel tentativo di salvaguardare il proprio patrimonio da prevedibili sequestri, alla luce della misura di prevenzione patrimoniale
Il filone investigativo della Polizia di Stato di Reggio Emilia si è in principio incentrato sulla figura di Muto Salvatore 35enne, fratello di Luigi 45enne e di Antonio 42enne (entrambi condannati anche di recente dalla Corte d’Appello di Bologna, nel processo Aemilia, per il reato di associazione di stampo mafioso) e che, rimasto in libertà, proseguiva l’attività illecita dei fratelli, mettendo tra l’altro in contatto per affari illeciti la cosca emiliana con un’insospettabile coppia di cittadini modenesi
Costoro affidavano al sodalizio ndranghetistico emiliano un primo incarico consistente nel provocare lesioni gravissime ad una donna che, poiché si prendeva cura di parenti in età avanzata, era suo malgrado divenuta di ostacolo per i coniugi all’acquisizione illecita di un ingente patrimonio posseduto dagli anziani indifesi. L’immediata attività di contrasto della Squadra Mobile reggiana, effettuata attraverso perquisizioni e verbalizzazioni, induceva fortunatamente i committenti ad abbandonare l’obiettivo per il timore degli inquirenti.
Un secondo incarico che i coniugi modenesi affidavano alla consorteria di ‘ndrangheta emiliana aveva ad oggetto il “recupero crediti” di natura estorsiva di una ingente somma di denaro (quantificata, nei dialoghi captati, in oltre 2 milioni di euro) di probabile provenienza illecita. Per intimorire il debitore, Muto si rivolgeva a Cordua Domenico e a Friyio Giuseppe, a carico dei quali il Gip Distrettuale rilevava gravi e concordanti indizi in ordine all’appartenenza alla consorteria ‘ndranghetistica operante in Emilia; Cordua e Friyio si appostavano presso l’abitazione in Toscana del debitore e, sorprendendolo all’uscita, gli consegnavano i documenti del presunto credito, ma accompagnati, con evidente scopo intimidatorio, dalle foto di suoi stretti parenti. L’intervento, a difesa delle asserite ragioni della vittima dell’azione estorsiva, di soggetto che si presentava come referente di un altro gruppo ‘ndranghetistico calabrese, consentiva di registrare l’entrata in scena di Sarcone Grande Giuseppe, quale vertice, in libertà, del gruppo ‘ndranghetistico emiliano. L’azione di Sarcone Grande e del suo collaboratore Caso Giuseppe(nei cui confronti il Gip ha ritenuto sussistere gravi indizi per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa) si svolgeva con dinamiche tipicamente mafiose poiché le “trattative” sull’esistenza ed esigibilità del credito venivano affrontate nel corso di riunioni di ‘ndrangheta che venivano, puntualmente, documentate dalla Squadra Mobile reggiana.
Nel corso delle indagini, poi, veniva rinvenuta e sottoposta a sequestro un’arma comune da sparo con matricola abrasa illegalmente detenuta e portata, in concorso, da Friyio e Cordua.



